Trailer, schede dei film e delle celebrità, ricche gallerie fotografiche, Top Ten per incassi, per pubblico e per critica.
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Giorgio è uno studente universitario modello, figlio di una coppia di intellettuali borghesi. Una sera, nell’ambito di una festa, conosce Francesco, un giovane baro che sopravvive truffando i giocatori che incontra sul tavolo del poker. Tra i due si stabilirà un forte legame di amicizia e una complicità un po’ morbosa. Francesco diventerà il maestro criminale di Giorgio. I due compiranno una escalation delinquenziale, fino a spingersi al traffico internazionale di droga e allo stupro. Proprio quando i due toccheranno il fondo, Giorgio si renderà conto che quella non può essere la sua vera strada esistenziale.
Recensione
Uno degli stilemi narrativi più diffusi nell’intera storia del cinema è quello del confronto all’interno di un racconto tra due personaggi che rappresentano le due facce della stessa medaglia e che compiono percorsi gemelli, per un tratto, salvo poi prendere direzioni opposte. Ed ancora: un altro stilema. Il bravo ragazzo di buona famiglia che inizia a prendere una piega sbagliata e piano piano compie una discesa verso gli inferi dalla quale si riprenderà con una certa fatica. Questi due fattori sono presenti in maniera chiara nell’ultima prova di Daniele Vicari, presentata in concorso alla terza edizione del Festival di Roma. Il passato è una terra straniera, questo il titolo del film, è tratto dall’omonimo romanzo di Gianrico Carofiglio ed è stato sceneggiato dallo stesso scrittore insieme a Francesco Carofiglio, Massimo Gaudioso e Daniele Vicari.
Konstanty è un imprenditore-oligarca polacco. E’ ricchissimo e porta avanti una vita da autentico mafioso. I suoi modi sono volgari e violenti e il suo cinismo è spaventoso. Un giorno conosce in ospedale un giovane povero e disperato che ha provato, non riuscendoci, a suicidarsi. Dopo qualche tempo, quando Konstanty avrà bisogno di un cuore nuovo per sostituire il suo divenuto ormai quasi inservibile, rintraccia il ragazzo per indurlo nuovamente al suicidio. Così, potrà usufruire del suo cuore (il giovane infatti ha il suo stesso gruppo sanguigno). Il demoniaco disegno è portato avanti da un suo cattivissimo scagnozzo ma non tutto andrà per il verso giusto.
Recensione
Krzysztof Zanussi è un regista polacco attivo da oltre quaranta anni, considerato in alcuni ambienti critico/cinefili un maestro della cinematografia contemporanea. Personalmente, sono stato sempre poco attratto dal suo mondo poetico e comunque preferisco di gran lunga la sua produzione passata, ovvero quella degli anni sessanta-settanta. Nessuno ha mai nutrito dubbi sul suo talento registico, né sul suo spessore intellettuale. E nessuno, come giusto, si è mai permesso di mettere in discussione la sua matrice “ideologica” legata a un fervente cattolicesimo. Sta di fatto che un’opera come Il cuore in mano, presentata in concorso al Festival di Roma, possiede tutte le caratteristiche del suo modo di intendere l’arte delle immagini in movimento. Regia perfetta ed equilibrata, ottima fotografia, sceneggiatura che sembra una formula matematica, nucleo contenutistico legato a una visione religiosa dell’esistenza.
Emilia/Rosalina de Sousa è un’attrice portoghese della metà dell’ottocento. La donna diventa nobile e contribuisce alla creazione di una sorta di dinastia che si tramanderà di padre in figlio non solo le ricchezze accumulate ma anche la questione del mistero della scomparsa della capostipite. Pare sia morta suicida gettandosi da una scogliera a strapiombo sul mare. Ma il mistero di questo tragico episodio è ancora al centro della vita familiare dei suoi discendenti, i quali cercano ancora una soluzione che forse non troveranno mai.
Recensione
Il cinema è il cinema, cioè dovrebbe possedere uno “specifico” linguistico/espressivo che lo differenzia dalle altre forme d’arte. Infatti è così. Ma ciò non vale se si rapporta il cinema ad altre arti prettamente visive, come è dimostrato dalle tendenze contemporanee. Se il cinema inizia a duettare con la pittura la questione diventa più complessa. Può un’inquadratura cinematografica riproporre gli elementi espressivi di un grande dipinto? Ha senso una cinematografica citazionistica ossessionata dalla pittura? Si possono mescolare i linguaggi di un’arte statica (la pittura) e di una dinamica (il cinema)? Probabilmente bisognerebbe chiederlo a un cineasta come Peter Greenaway, che insegue da anni un linguaggio meticcio e che è stato ispirato nella sua cinematografia da pittori come Vermeer e Rembrandt. Oppure a João Botelho, regista portoghese che ha presentato in concorso al Festival di Roma il suo lungometraggio A corte do Norte.
Judith è una nota conduttrice di televendite. I suoi guadagni sono alti e la sua vita è agiata. La donna però non riesce più ad avere rapporti sentimentali con uomini. Ciò che le interessa è solo il sesso a pagamento. Su siti internet specializzati entra in contatto con prostituti che soddisfano le sue voglie. Tutto va avanti normalmente fino a quando si imbatterà in Marco, un operaio che deve prostituirsi per pagare i debiti contratti dalla moglie. Tra i due dopo un primo periodo di frequentazione si stabilirà però un rapporto che andrà ben oltre una questione di tipo professionale.
Recensione
I francesi sono straordinariamente bravi a confezionare commedie leggere che abbiano dentro anche qualcosa di intelligente, se non addirittura di profondo. Questo è il caso de La Cliente, film della regista Josiane Balasko. Pur rientrando in questa concezione di altro spessore, il film della Balasko però presenta innumerevoli e ingombranti difetti. Primo fra tutti, una durata eccessiva per un’opera del genere. Probabilmente una sforbiciata di almeno una ventina di minuti avrebbe fatto un gran bene a una pellicola che a tratti risulta interessante ma che in alcune occasione annoia, e non poco.
Elena Chiattini è una ragazza figlia di facoltosi genitori di provincia. La ragazza non è seguita dal padre e dalla madre e passa le sue giornate compiendo azioni riprovevoli, drogandosi e andando in discoteca. Neanche il tentato suicidio di una sua compagna di classe sembra scuoterla. Il suo disegno finale è quello di rovinare per sempre la vita del suo professore di italiano, un uomo generoso e buono che intende educare Elena alla bontà e alla solidarietà.
Recensione
Evidentemente è proprio il Festival delle polemiche. 24 ottobre 2008, proiezione stampa del film di Matteo Rovere Un gioco da ragazze. Prima dell’inizio della proiezione si presenta davanti al pubblico il produttore Maurizio Totti, il quale sostiene che la commissione di censura ha affibbiato il divieto ai minori di anni 18 al film e che dunque probabilmente la versione che comparirà nel circuito delle sale non sarà uguale a quella che vedranno i giornalisti. Dopo questo annuncio, mi sono così preparato alla visione di un lungometraggio problematico e scandaloso, con una certa curiosità.
Alla fine della proiezione, il mio stupore per il provvedimento era gigantesco. Regolarmente in sala vedo film pieni di stupri, scene di sesso e di violenza inaudita senza alcun divieto. Così, probabilmente questa misura non farà altro che dare visibilità a una pellicola che probabilmente sarebbe passata inosservata.
Un gioco da ragazze è infatti un’opera totalmente incompiuta e approssimativa. Può succedere per un’opera prima; non è la fine del mondo. E oltretutto il suo autore avrà tempo per rifarsi.
Roberto è un farmacista quarantenne che vive due storie d’amore molto intense e a distanza di tempo. Con entrambe le sue compagne il trasporto è forte e l’amore sembra destinato a durare, ma non sempre quello che si spera corrisponde alla realtà. Arriverà l’inevitabile addio con il solito bagaglio di pianto e di dolore. Ma l’idea di soffrire basta per non farci amare più?
Recensione
Amare, smettere di amare e poi ricominciare… La circolarità dei sentimenti, con l’euforia e il dolore a darsi – e non sempre equamente - il cambio, sembra la legge non scritta che regola la vita dei personaggi di Maria Sole Tognazzi, alla sua seconda regia dopo Passato prossimo del 2003. Un film che vorrebbe esplorare l’universo complesso delle emozioni ma che finisce per impantanarsi in un estenuante percorso in cui la storia e lo spessore dei personaggi sembrano quasi dimenticati per inseguire ambizioni autoriali che, seppur legittime, rivelano, invece, una drammatica mancanza di idee.