lunedì 03 novembre 2008

Si può fare

pubblicato da Michaela Uccelli in: festival prime visioni Festival Internazionale del Film di Roma 2008 Cinema 2008 - Fuori concorso

1983: Nello è un sindacalista appassionato e ricco dei valori che rappresenta, ma anche proiettato verso una concezione più moderna del lavoro e del sindacato. Proprio per questa visione così progressista viene esiliato dai compagni e mandato a dirigere una cooperativa di malati mentali, liberati, almeno sulla carta, dalla prigionia del manicomio dalla legge Basaglia, da poco approvata. Nello si trova così coinvolto in una realtà difficile, fatta di disagi e di esperienze durissime, in cui, grazie alla genialità ed alle abilità degli ex pazienti, riesce a mettere su, coadiuvato da un giovane psichiatra basagliano, un’impresa di montaggio di parquet artistici. I pazienti scoprono così una nuova vita, fatta di dignità e diritti, e Nello sembra vedere finalmente applicate le sue idee riformiste. Ma non tutti sono pronti ad affrontare la vita reale ed il dramma è in agguato, sconvolgendo la vita di Nello e ponendolo di fronte a se stesso e alle sue scelte.

Recensione
“Si… può… fare!” Questo era il grido trionfale del barone Frankenstein, al manifestarsi della prima scintilla di vita della sua famosa creatura, nel capolavoro comico di Mel Brooks. Quel grido torna oggi, in maniera più misurata, perché di esseri umani e non di creature assemblate si parla, in questa opera terza di Giulio Manfredonia, regista di commedie delicate e gentili (suo era il remake di Ricomincio da capo in É già ieri, con Antonio Albanese nei panni che furono di Bill Murray), che sceglie questa volta un tema mai passato di attualità, la chiusura dei manicomi, avvenuta alla fine degli anni Settanta con la legge 180, meglio nota come legge Basaglia.

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giovedì 30 ottobre 2008

Missing

pubblicato da Maurizio G. De Bonis in: festival prime visioni Festival Internazionale del Film di Roma 2008 Cinema 2008 - Fuori concorso

Il fotografo Dave Chen e la psichiatra Jing Gao sono fidanzati e molto innamorati. Entrambi condividono la passione per le immersioni subacquee. Un giorno progettano un’immersione in una zona dove vi sono delle rovine e dove Dave, anni prima, aveva nascosto un anello che avrebbe dovuto donare alla sua amata. Durante l’esplorazione delle rovine sottomarine Dave improvvisamente scompare. Dopo qualche giorno verrà trovato un corpo senza testa e anche l’esame del DNA non riesce a stabilire esattamente l’identità della persona ritrovata. Questo evento sarà destabilizzante per Jing Gao, la quale entrerà in un incubo psicologico inquietante.

Recensione
Missing di Tsui Hark era uno dei film più attesi del festival di Roma. Tsui Hark è nato a Hong Kong ma è di formazione artistica americana. E’ una sorta di istituzione del cinema orientale, soprattutto per la sua attività produttiva e le sue collaborazioni con talenti come John Woo e Johnny To. Ritornando a Missing devo dire che la delusione è stata abbastanza cocente soprattutto perché ho personalmente percepito in questo lungometraggio la presenza di elementi estremamente interessanti mal intrecciati però ad altri fattori quasi insopportabili. Ma andiamo con ordine. Missing potrebbe essere definito un melodramma fantasy/horror con venature connesse alla psicoanalisi. Oltretutto la vicenda si evolve attraverso determinati meccanismi del “giallo”, o di quello che potrei definire “cinema indagatorio”.

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giovedì 23 ottobre 2008

8

pubblicato da Maurizio G. De Bonis in: festival prime visioni Festival Internazionale del Film di Roma 2008 Cinema 2008 - Fuori concorso

Può il cinema rappresentare un valido strumento di comunicazione umanitaria? Possono dei cineasti prendere spunto, per realizzare le loro opere, da documenti ufficiali delle Nazioni Unite? Può un lungometraggio cambiare il corso degli eventi internazionali e ancora di più il destino di popoli e singoli individui? Sono quesiti a cui è particolarmente complesso rispondere. In primo luogo, perché il cinema è certamente un mezzo di comunicazione ma anche una forma di spettacolo e di espressione individuale che poco può incidere sulle sorti dell’umanità. In secondo luogo, perché elaborare delle opere-manifesto efficaci è qualcosa di veramente difficile. Infine, perché film realizzati per scopi umanitari hanno dentro di loro ben due insidie. La prima riguarda la psicologia degli autori, i quali potrebbero essere spinti a realizzare pellicole di questo tipo semplicemente per soddisfare un’esigenza tutta soggettiva, ovvero quella di far vedere all’opinione pubblica quanto siano impegnati nel sociale. E poi, in genere, operazioni simili non producono altro effetto se non quello di lavare le coscienze degli spettatori che finiscono per sentirsi meglio dopo aver assistito a “proiezioni umanitarie”, salvo poi continuare a fare la stessa vita fregandosene altamente di chi muore di fame e malattie in Africa o nella foresta amazzonica.

L’ONU durante il vertice del Millennio del 2000 aveva stilato un documento chiamato pomposamente la Dichiarazione del Millennio, nel quale venivano indicati otto punti da risolvere per il 2015. Dalla mortalità delle donna partorienti all’AIDS, dalle pari opportunità alla questione della siccità: tutti problemi reali che però l’ONU e tutte le sue discutibili agenzie in decine di anni non sono mai riuscite a risolvere. Ebbene, otto registi internazionali hanno preso spunto per realizzare un film che si intitola appunto 8 e che si ispira ai punti così ben indicati da capi di Stato e diplomatici. A unire le forze sono stati: Abderrahmane Sissako, Gael Garcia Bernal, Mira Nair, Gus Van Sant, Jan Kounen, Gaspar Noe, Jane Campion e Wim Wenders.

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