Trailer, schede dei film e delle celebrità, ricche gallerie fotografiche, Top Ten per incassi, per pubblico e per critica.
Cinema.it è tutto nuovo, vieni a commentare l'ultimo film che hai visto!

Kim torna a casa, dopo un periodo di riabilitazione, in occasione del matrimonio della sorella. Durante il week end precedente alla nozze, in una casa piena di gente, la ragazza si trova ad affrontare crisi e conflitti con il resto della famiglia.
Recensione
I matrimoni, così come i funerali, sono sempre ghiotte occasioni per i registi che amano raccontare storie di famiglia e di conflitti. Anche Rachel Getting Married parte da qui, dall’occasione di riunire insieme un gruppo di persone per farle incontrare e scontrare nel corso di un lungo week end pre-matrimoniale. Jonathan Demme sceglie la camera a mano per dare l’idea, come ha dichiarato, di “realizzare un filmino casalingo”, ci porta quindi dentro questa casa, dentro questa famiglia come se fossimo degli invitati, per offrire al nostro sguardo la possibilità di conoscere i nostri ospiti, mangiare e bere con loro, divertirci e soffrire. Kim, dopo la riabilitazione, torna dai suoi ancora segnata dal dolore, ansiosa di riappropriarsi di un amore che sente le sia stato sottratto e istericamente alla ricerca di attenzione. Per tutto il tempo provoca, stuzzica, irrita… Funge da guastatore per spezzare l’incanto dell’atmosfera di nozze, aggredisce ed è aggredita. La camera di Demme fruga nelle stanze, si siede a tavola, cattura i volti di tutti e ne coglie l’espressione di speranza e di disperazione, tuttavia resta alla superficie di quella solitudine interiore che pare affliggere, in un modo o nell’altro, tutti i protagonisti.
Un van che brucia in un deserto roccioso, con due amanti dentro. Una ragazzina che accompagna il padre a spruzzare diserbante dal suo aereo sui campi. Una donna ancora giovane che si concede ogni sera a un uomo diverso, e che nasconde le sue fragilità dirigendo con piglio un ristorante sull’oceano. Che rapporto c’è tra tutti questi personaggi?
Recensione
Autore di tre romanzi, delle sceneggiature dei tre film del connazionale Alejandro Gonzalez Iñarritu e di quella de Le tre sepolture diretto da Tommy Lee Jones, il messicano Guillermo Arriaga esordisce alla regia con questo film che riconferma in pieno la sua cifra stilistica, riappropriandosi in qualche modo del proprio precedente lavoro. Tutti questi titoli portano infatti l’impronta dell’autore, della sua ormai nota tecnica di strutturare il racconto diversi piani temporali.
In The Burning Plain s’incrociano tre paesaggi e tre epoche diverse: secondo Arriaga tale struttura è direttamente ispirata dal modo in cui le storie si svolgono e poi vengono raccontate nella realtà. Ma di sicuro nella sua scrittura c’è una certa influenza del linguaggio e del montaggio cinematografico e, si inizia inevitabilmente a pensare, anche una certa dose di furbizia: dopo le pellicole che ha sceneggiato, premiate da successi di pubblico e critica, lo scrittore è infatti divenuto regista confezionando un film molto ben fatto ma così strutturalmente simile ai precedenti da far rimpiangere gli anni in cui eravamo vergini a questo suo gioco.

Storia delle azioni sul campo di un’unità speciale dell’esercito americano, destinata al disinnesco delle bombe utilizzate per attentati terroristici in Iraq. La squadra in questione ne passerà di tutti i colori, rischiando ogni giorno di essere annientata. Un ragazzo del gruppo rimarrà ferito, ma gli altri continueranno il loro sporco e pericolosissimo lavoro.
Recensione
Sul press book di The Hurt Locker di Kathryn Bigelow sono riportate le seguenti testuali parole della regista. “La paura si è fatta cattiva fama ma io non credo che sia meritata. La paura è chiarificatrice. Ti obbliga a mettere davanti le cose importanti e tralasciare quelle insignificanti”.
Ebbene, se si collega tale dichiarazione all’argomento centrale del suo film, non possono che sorgere in noi delle perplessità. Si percepisce un certo cinismo, forse anche dell’ ambiguità. Se pensiamo al massacro che è stato fatto di esseri viventi in Iraq, sia americani che iracheni, negli ultimi anni questo discorsetto psicologico decisamente semplicistico fa venire i brividi.
D’altra parte non ci aspettavamo da Kathrin Bigelow un atteggiamento più profondo, visto che si tratta di una cineasta la cui poetica non è mai stata identificabile e il cui obiettivo professionale è di volta in vota quello di realizzare un film che sia ben costruito.
Sul fatto che Bigelow sappia girare non v’è alcun dubbio: tutti i suoi film sono altamente professionali. Sul fatto che abbia qualcosa da dire, invece sorge qualche dubbio. Non abbiamo colto il senso di The Hurt Locker, se non il seguente: ci sono in Iraq dei soldati americani un po’ matti, ma che hanno anche un po’ di umanità, mentre i locali sono solo pericolosissimi terroristi che riempiono cadaveri di bambini di esplosivo.

Un gruppo di Guaranti-Kaiowà decide di abbandonare la riserva in cui vive in Mato Grosso do Sul (Brasile) per tornare alla terra dove sono sepolti i loro avi. La loro sofferenza è assoluta, tanto che aumentano i casi di suicidio. Il problema è che il luogo di origine della tribù è divenuto ora parte di una sterminata fattoria gestita da un proprietario terriero arido e insensibile. Quest’ultimo tenterà in tutti i modi di cacciare via gli “intrusi” ma non vi riuscirà.
Recensione
La figura di Marco Bechis è senza dubbio una delle più interessanti del panorama italiano e internazionale. Ha un fortissimo legame con il Sud America. Sua madre è cilena (mentre il padre è italiano) e la sua vita si è svolta per lunghi anni in Argentina, paese dal quale è stato espulso nel 1978. E’ regista di cinema, documentarista ed è stato fotografo e videomaker. Tali caratteristiche si riconoscono perfettamente nel suo modo di realizzare film. La sua attenzione per il continente sudamericano è sempre viva, il suo sguardo libero, la sua capacità di inquadrare la realtà in modo non convenzionale limpida, la cura fotografica dell’immagine chiara. A ciò si aggiunge il desiderio di comunicare allo spettatore tramite contenuti di assoluto valore, di totale impegno sociale e politico.
Veronica è una bellissima donna trascurata dal marito il quale è sempre in viaggio di lavoro. Dopo essersi entrambi sottoposti ad un test della fertilità, la donna rimane incinta. Il giorno stesso il marito riceve i risultati del test che lo dichiarano sterile: di chi sarà il figlio?
Recensione
Dopo sette anni di pausa passati lontano dalla macchina da presa e più vicino al teatro, Pappi Corsicato torna in sala con un lavoro ispirato a La marchesa von O di Heirich Von Kleist e alla sua versione cinematografica firmata da Eric Rohmer. Per reggere i fili fragili di una storia già un po’ usurata Il seme della discordia si avvale di un ampio cast capitanato dalla bond girl Caterina Murino la cui bellezza è degna di encomio ma che poco si presta allo stile dei dialoghi per altro non eccellenti. Alessandro Gassman recita al suo fianco nella parte del marito sterile che vende fertilizzanti da giardino, Isabella Ferrari è l’amica del cuore, Valeria Fabrizi è la madre e Michele Venitucci un poliziotto zelante con cui la protagonista tesse un’amicizia.
Malek è un topografo che accetta un incarico di lavoro in una provincia dell’Algeria Occidentale. Il suo compito è di valutare la possibilità di costruire una linea elettrica nella regione, aggirando la diffidenza delle autorità locali e cercando di evitare i conflitti politici sempre accesi in quell’area. L’incontro con una giovane migrante che Malek aiuterà nel suo viaggio della speranza, farà sì che il lavoro rimanga a metà.
Recensione
Privo di speranze personali dopo il divorzio e politiche per le continue lotte che agitano la società algerina, il topografo Malek si è isolato nel deserto quasi come un eremita. La sua vita sembra destinata a trascorrere al ritmo lento della quotidianità nelle aride campagne anche se qualcuno tra gli amici dissidenti politici che entrano ed escono dalla galera, lo va a trovare di tanto in tanto. Tutta la prima parte di Gabbla è il lento trascorrere di ore e giorni che sembrano inutili per Malek e verbosi per gli amici che la sera si trovano al bar per discutere di condizione femminile, di cultura, del ruolo politico degli intellettuali. Poi l’uomo accetta un incarico di lavoro in una provincia isolata e lascia la casa e gli amici.

Randy Robinson, detto l’Ariete, è stato un campione di Wrestling negli anni 80 ma ora, ormai invecchiato, sbarca il lunario con incontri nei circoli ricreativi. Dopo un infarto, inizia a riflettere sulla sua vita, cerca di recuperare il rapporto con la figlia e tenta una relazione con una spogliarellista non più giovanissima.
Recensione
Un fisico istoriato dalla vita e dalle lotte, un cuore che non batte più al ritmo di una volta, una vita spesa sul ring per combattere e vincere… Chi meglio di Mickey Rourke poteva dar vita al personaggio dell’Ariete? The Wrestler è lui, colonna portante di un film che traccia la parabola di un’esistenza ormai alle corde, sebbene non ancora pronta ad uscire di scena, a gettare quella spugna che ne decreta la fine. Darren Aronofsky, dopo il deliro new-age di The Fountain passato alla Mostra di Venezia nel 2006, racconta con un realismo, non privo di poesia, la vicenda di un uomo che nel wrestling ha costruito il suo mondo, sacrificandogli tutto ad iniziare dai sentimenti.
Il mondo è sempre in guerra. In una base della Rostock Air Force alcuni piloti, eterni ragazzi chiamati “kildren”, svolgono le loro quotidiane sortite nei cieli che di volta in volta sono teatro di scontri con l’aviazione della rivale Lautern. Yuichi è l’ultimo arrivato, non riesce a ricordare molto del proprio passato, ma è subito attratto dalla sua superiore Suito.
Recensione
Il secondo film d’animazione giapponese in concorso al Festival di Venezia 2008 è davvero tutto l’opposto del Ponyo di Miyazaki: The Sky Crawlers è infatti il risultato di un complesso lavoro di animazione che sovrappone e mescola 3D e 2D, combinando i tratti dell’anime tradizionale con quel live-action che Oshii aveva già avuto il coraggio di sperimentare anche con attori in carne e ossa in Avalon (2001). In più, le imprese belliche e le speculazioni esistenziali dei personaggi del film non ne fanno di certo un’opera destinata ai più giovani, tutt’altro.

Eddie, Tracy e il loro figlio Mitch vivono poveramente nella periferia di Las Vegas. I tre hanno una piccola casetta di cui Tracy cura il giardino fiorito come consolazione dalle fatiche quotidiane. Un giorno arriva Brian, un marine che si dice molto interessato alla casetta in cui vivono i tre ed offre loro grandi somme di denaro per acquistarla. La famiglia, però, dopo aver rifiutato l’offerta si convince che la casa ha probabilmente qualcosa di molto speciale.
Recensione
Il pubblico dei festival italiani da Torino alla Festa di Roma ha ormai imparato a conoscere Amir Naderi, cineasta undergroud trasferitosi negli Stati Uniti dopo aver lasciato l’Iran. Uso a raccontare storie di ordinaria follia ossessiva, il regista si confronta questa volta con una vicenda famigliare scioccante. Il titolo del film è lì ad enfatizzare la plausibilità di una storia che non par vera per la sua durezza, per quello che ci mostra su di un’umanità completamente allo sbando perseguitata dal pensiero del danaro. Il lavoro è girato in digitale con attori non professionisti ed è ambientato in una Las Vegas che il cinema non ha mai raccontato. La città è qui una landa desolata, un deserto di polvere e povertà urbana. Per gli abitanti dei motel e dei pochi appartamenti prefabbricati della zona, le luci delle case da gioco sono un bagliore lontano eppure la loro influenza è ovunque. Il gioco è ancora una pillola di vizio quotidiano per i due protagonisti ex-giocatori, un metadone a piccole dosi per chi sembra condannato a convivere tutta la vita con la voglia di scommettere.
1961, Unione Sovietica: Daniil è un medico georgiano che lavora con i cosmonauti che si sottopongono alla preparazione per l’invio del primo uomo nello spazio. La sua vita è divisa tra paure e speranze ma anche tra una moglie con cui non riesce a concepire un figlio e una giovane amante ingenua.
Recensione
Seguendo il succedersi delle sei settimane che precedono l’arrivo di Jurij Gagarin nello spazio, Soldato di carta è costruito come un conto alla rovescia che porta i personaggi al compiersi del loro destino. Nonostante il tema sia proprio quello dell’impresa spaziale sovietica, il punto del film è quello di raccontare un momento storico attraverso le vicende di un testimone importante eppur laterale. La figura del medico dei cosmonauti è infatti un punto di vista funzionale al regista e sceneggiatore Alexey German Jr. per raccontare il sogno e la disperazione dell’Unione Sovietica dei primi anni Sessanta. Siamo infatti in piena guerra fredda, Krushev è al potere e Stalin è un ricordo oggetto di damnatio memoriae.
La conquista dello spazio rappresenta sì un motivo di speranza ma il sentimento è temperato dalle oggettive condizioni di vita della popolazione sovietica e dalla povertà in cui si sviluppa la stessa impresa spaziale. Il cosmodromo, infatti, nasce sgangherato in una landa fangosa del Khazakistan. La fotografia tinge le scene di colori asciugati al limite del bianco e nero per un effetto di freddo e desolazione forse un po’ troppo didascalico. Di conseguenza, quella di Soldato di carta non è tanto una ricostruzione storica quanto una lettura a posteriori filtrata inoltre da riferimenti letterari (Bloch, Lermontov, Chechov, Baratashvili) e visivi (Sokurov, Tarkovskij).