
Il gioco del calcio è incredibilmente popolare ma, stranamente, non sono poi molte le pellicole che lo celebrano. Certi film inquadrano solo una partita speciale, altri raccontano prevalentemente i retroscena negli spogliatoi. Le prodezze di un giocatore. La vita di un allenatore. Lo spirito di squadra. Nella lista qui sotto abbiamo comunque provato ad elencare una manciata di titoli particolari. Per una domenica nel pallone insieme a cinema.it.
1) Fuga per la vittoria (1981) : John Huston arbitra una partita “vitale” tra nazisti e prigioneri con Sylvester Stallone in porta e Pelè in attacco, insieme a Bobby Moore e Ardiles.
2) Goal! (2005) : Santiago vive in un quartiere povero ma è un asso nel pallone. Piacevole favola, prodotta dalla Disney, che racconta il sogno di diventare un calciatore professionista.
«Questi Grandi spesso si reputano troppo grandi, scontano la consapevolezza del senso della propria importanza e della forma in cui debbono rapportarsi con il mondo e con se stessi. Forse all’inizio presero ad autocelebrarsi, senza trarne motivo di buon umore e, avendo potuto impratichirsi nell’imperio sui poveretti ed essendosi abituati a impartire ordini a breve respiro, eccoli arrivare in quattro e quattro otto, e con una scioltezza di pensiero che potremmo definire un’elegante decisione, a compiere un misfatto.»
Ecco l’articolo più difficile e allo stesso tempo più facile, perché il suo contenuto è riassumibile, un po’ brutalmente ma senza che ne vada smarrita neanche una sfumatura, in due parole: cinema.it ha chiuso. Dal 31 dicembre 2008 il contratto che lega a Dada la nostra società Cinemotion, responsabile dei contenuti del dominio cinema.it fino dal 1996, è giunto a scadenza e non è stato rinnovato. L’interruzione del rapporto editoriale è il frutto di una precisa scelta gestionale, dettata da un’adesione incondizionata del proprietario del sito, la società per azioni Dada, alla filosofia del cosiddetto nano-publishing. Dada è una società quotata al nuovo mercato che nel 2008 ha registrato ricavi stimati intorno ai 170 milioni di euro.
Eccoci dunque al momento del commiato, per il quale abbiamo scelto alcune parole dello scrittore Robert Walser che ci sembrano particolarmente indicate per prendere congedo dai nostri lettori. Se non altro perché, anche se scritte quasi un secolo fa, alludono ad atteggiamenti che sono la moneta corrente di certa mentalità tecnocrate imperante nel meraviglioso mondo del web. Meraviglioso soprattutto per chi ne ha ricavato e continua a ricavarne sostanziosi profitti.
Il presupposto di questa scelta è, evidentemente, molto semplice: nel momento in cui l’informazione si scinde dalla cultura non c’è più alcuno spazio per la critica cinematografica. Non è più un genere giornalistico di richiamo; i suoi praticanti sono considerati ormai già da tempo gli ultimi esponenti di un mondo in via di estinzione. I critici non vengono più nemmeno rimpiazzati, man mano che se ne vanno, dai più prestigiosi quotidiani. La logica è fin troppo chiara: dal momento che a nessuno è negato il diritto di parlare di cinema, perché mai dovrebbero esserci dei professionisti per farlo? Come ci ha insegnato l’ideologia televisiva dell’opinionista, si può tranquillamente esprimere un’opinione su tutto senza avere un’idea su niente.
Che ne sarà dunque di questo sito, nato e cresciuto come spazio di critica cinematografica? Non spetta a noi dirlo, né tantomeno deciderlo, perché non saremo più noi a farlo. Forse diventerà qualcos’altro, forse si trasformerà in un aggregatore di notizie sul cinema, forse in niente. Quello che è certo è che non sarà più quello che è stato da dodici anni a questa parte: il frutto del lavoro di un gruppo di giornalisti animato dal desiderio di coniugare critica, informazione e cultura attraverso strumenti semplici ma essenziali come la passione, la professionalità e l’indipendenza. Strumenti che ci hanno consentito, con la costanza di tante piccole formiche, di accumulare in questi anni migliaia di recensioni, interviste, notizie, resoconti giornalieri dai più importanti festival.
Tutto questo non interessa più. Lo avevamo capito alcuni mesi fa, quando abbiamo dovuto subire passivamente e del tutto inascoltati il trasferimento sulla piattaforma di blogo, non accompagnato da un immediato reindirizzamento, con successivo e conseguente snaturamento del sito, demolizione della newsletter, cancellazione della nostra memoria storica.
Le nuove idee di crescita che animano oggi gli operatori del web vanno in un’altra direzione. Spazio, allora, al nano-publishing, alle raccomandazioni al pubblico, agli aggregatori di notizie. Anche il web si è scoperto post-umano. Ne avevamo avuto sentore dodici anni fa, quando avevamo scelto di chiamarci HalCinema, anche se all’epoca ci eravamo immaginati un epilogo diverso.
Sono almeno un paio di stagioni che la nostra cinematografia segue le trasformazioni del mondo del lavoro con un interesse a lungo decisamente sopito, risvegliatosi anche in ambito letterario col filone detto della “precarietà” e con una rinnovata attenzione al tema del lavoro che non c’è. Allo scorso Torino Film Festival avevano avuto la loro anteprima due film diversi e per ragioni differenti alquanto imperfetti come il documentario In Fabbrica di Francesca Comencini e il film di finzione Signorina Effe di Wilma Labate. All’ultimo festival di Venezia sono stati invece presentati con una certa solennità i due film sulla tragedia della Thyssen, verificatisi pochi giorni dopo la chiusura del festival 2007, e foriera di un vero grande movimento di indignazione mediatica e civile. E poi? E poi possiamo registrare che la città della Fiat sembra ancora attenta alle riflessioni sul mondo del lavoro contemporaneo, e anche se in questo 26° Torino Film Festival non vi sono sezioni ad hoc, il tema emerge carsicamente un po’ ovunque tra le retrospettive e le nuove proposte ed è stato celebrato in modo diretto con la proiezione speciale in copia restaurata de La classe operaia va in Paradiso di Elio Petri, protagonista il memorabile operaio Massa interpretato da Gianmaria Volonté.
Continua a leggere: Panoramica da Torino: il mondo del lavoro tra inchiesta e finzione
Granz è stato licenziato in seguito a una riduzione di personale che un tribunale ha giudicato immotivata: reintegrato al suo posto viene mobbizzato per diversi anni senza ricevere alcun incarico né alcuna solidarietà da parte di azienda e colleghi. A questa storia principale se ne affiancano altre, in modo frammentario ma ben definito: quella di Stephan Kaufmann pagato per stare appeso almeno otto giorni a un enorme cartellone pubblicitario, stabilendo così un record da guinnes e sponsorizzando un nuovo schermo televisivo; quella di Saskia che si è appena diplomata e partecipa ad alcune selezioni per entrare nel mondo del lavoro; quella di Gunnar che in quel mondo prova a restarci, ed è per questo sottoposto a mille pressioni.
Recensione
Focalizzato primariamente sullo smarrimento di chi cerca lavoro oggi e di chi si ritrova ad essere messo da parte dalla propria azienda, Sollbruchstelle è l’opera prima della ventiseienne Eva Stotz, già selezionata nel 2008 tra i giovani talenti ammessi al “Talent Campus” organizzato ogni anno dalla Berlinale. Il documentario, che alterna le interviste ai diversi protagonisti con immagini della città e della campagna tedesca, ricostruisce attraverso alcuni casi particolari quella che è una storia assolutamente universale nei paesi occidentali in questa nostra epoca di ristrutturazione economica.
Dopo 14 anni di intoppi politico-burocratici nella grande area industriale dismessa a Bagnoli prendono il via i lavori per la bonifica ambientale che restituirà all’Italia una costa e un parco riconquistati al cemento e per la riedificazione delle nuove strutture residenziali e commerciali previste dal progetto della Bagnoli Futura S.p.A. (a capitale pubblico), secondo il quale verranno anche conservati sedici manufatti di archeologia industriali. Le prime inaugurazioni, pare, avranno luogo nei primi mesi del 2009. Ma molti anni di lavoro saranno ancora necessari per completare la grande opera…
Recensione
Quest’ultimo anno è stato importante per quanto riguarda il documentario italiano, e in modo particolare per quello dedicato alle trasformazioni e alle nefandezze del mondo del lavoro dei nostri giorni, con la coppia di film sulla tragedia della Thyssen presentati tre mesi fa a Venezia. Il 2008 è stato anche un anno di passione per Napoli e la Campania, tra Gomorra, libro e film, e l’eterno riesplodere dell’emergenza rifiuti. È quindi normale che anche al Torino Film Festival che lo scorso anno ospitò A Biutiful Country, e che è una delle principali vetrine per il documentario nazionale, non manchino le pellicole su questi temi, in particolare, a unire entrambi, l’ultimo lavoro di Vincenzo Marra già autore di due documentari dedicati ai tifosi (Estranei di massa, 2002) e ai giudici napoletani (L’udienza è aperta, 2006).

Tra film di culto, urla verso lo schermo, fumo e vespini in sala, il cinema Universale è stato un luogo unico per
la Firenze degli anni 70 e 80. I film diventavano una partitura su cui improvvisare collettivamente, interagendo con mille battute in cui si rispecchiavano sogni e ambizioni di diverse generazioni sedute sulle stesse poltroncine di legno. Non un’improvvisazione jazz: piuttosto un’atmosfera psichedelica (per alcuni punk) indotta dal libero consumo in sala di alcol e hashish.
Il documentario Cinema Universale d’essai, che sarà presentato in anteprima nazionale al Teatro Verdi di Firenze mercoledì 12 novembre nel corso dell’edizione 2008 del Festival dei Popoli, racconta il viaggio in una storia del cinema molto particolare che per almeno tre decenni ha caratterizzato l’identità di una città: dal cinema di quartiere degli anni 60, alla contestazione politica intorno al ‘77 che intonava cori e slogan su “sacco e vanzetti” o “fragole e sangue”, fino ai film culto degli anni 80 equamente divisi tra calcio, droga e musica, con piccioni liberati in sala durante Birdy e una vespa che sfrecciava sotto lo schermo nel corso della proiezione di Easy Rider.
Continua a leggere: Le memorie del Cinema Universale in anteprima al Festival dei Popoli
Pochi giorni fa la rete francese TF1 ha trasmesso in seconda serata Ainsi va la vie, documentario di Nicolas Baulieu sulla vita di Annie Girardot tra il 2006 e il 2007 e sulla degenerazione della sua malattia, l’Alzheimer, che l’ha colpita alcuni anni fa e che la priva lentamente e inesorabilmente della memoria. La memoria è per un’attrice il principale strumento di lavoro, e dal 2004 la Girardot ha dovuto lasciare il teatro, ma non per questo ha voluto rinunciare al cinema, almeno fino a pochi mesi fa. Prima e dopo il pubblico annuncio della patologia che le è stata diagnosticata, Annie ha infatti continuato a frequentare i set di diversi film. Il documentario ci mostra prima le immagini delle riprese di un film con Gérard Depardieu (Je préfère qu’on reste amis, 2005) quando nessuno sapeva della malattia e quindi si poteva ancora ridere di quelli che sembravano solo buffi lapsus, poi il progressivo ricorso dell’attrice a una suggeritrice personale.
Pochi mesi fa, mentre molti erano ancora sconvolti dalla visione del suo Centochiodi, Ermanno Olmi, durante la presentazione alla stampa, annunciò il suo ritiro dalla fiction per tornare a dedicarsi a tempo pieno al documentare la realtà così come si presenta ai nostri occhi.
E’ la necessità di concentrare le forze, in un’età in cui cominciano ad affievolirsi, diceva il grande regista con la sua abituale bonarietà. Ma invero si trattava di una pulsione, che lui chiamava amore per il mondo, che non lo ha mai abbandonato, e con cui anzi è cresciuto e maturato. Ne sono testimonianza questi corti appena pubblicati da Feltrinelli. Riguardano le primissime cose filmate da Olmi, dal 1954 al 1958, giusto prima dell’esordio nel lungometraggio con Il tempo si è fermato avvenuto l’anno seguente. Furono prodotti dalla Edisonvolta dove da qualche anno prestava servizio come impiegato, facendosi notare nel corso del tempo per l’allestimento di alcuni spettacolini dopolavoristici. Il primo qui pubblicato è Dialogo tra un venditore di almanacchi e un passeggero a cui seguono i due impressionanti, per la padronanza del mezzo tecnico, La pattuglia del passo San Giacomo e La diga del ghiacciaio. Ovvero, rispettivamente, la vita quotidiana in un borgo dell’alta Val Formazza dove un giorno si è interrotta la corrente elettrica a causa dell’abbattimento di un albero e la costruzione della grande diga di calcestruzzo ai piedi del ghiacciaio del Sabbione.
L’11 giugno 2007 Carlo Marrapodi ha ventinove anni e riceve un telegramma della ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni che gli annuncia la cassa integrazione e sancisce di fatto la prossima chiusura dello stabilimento torinese dell’azienda, dove Carlo lavora da cinque anni. Inizialmente non è sicuro di poter tornare a Torino dopo le ferie nella natia Calabria, ma da ottobre Carlo ricomincia a lavorare poiché la proprietà decide di smantellare gli impianti e contemporaneamente produrre ancora il più possibile: a causa di tale scelta all’una del mattino di giovedì 6 dicembre 2007 un grave incidente porterà via alcuni amici di Carlo e la situazione degli operai della Thyssen finirà sulle prime pagine di tutto il mondo.
Recensione
Presentato alla 65a Mostra di Venezia come Evento della sezione Orizzonti assieme a La fabbrica dei tedeschi di Mimmo Calopresti, il documentario di Pietro Balla e Monica Repetto si distingue per la totale assenza di messa in scena e per la fatale coincidenza che ha modificato il progetto iniziale degli autori, quello di raccontare la perdita del posto di lavoro da parte di uno degli operai dell’acciaieria Thyssen di Torino, prossima alla chiusura. A scanso di equivoci un cartello apre il film avvertendoci che “Questa storia non è mai stata scritta”, cioè che il corso degli eventi cui hanno assistito il protagonista e le telecamere dei due registi non è stato né preordinato né manipolato in alcun modo. La tragedia del 6 dicembre 2007 è piombata sulle spalle di Carlo Marrapodi (che aveva da poco finito il turno) e ha cambiato la vita di molte altre persone, uccidendone sette.

All’età di ottant’anni la regista Agnès Varda decide di filmare un’autobiografia colorata e ironica il cui filo conduttore sono le spiagge che ha conosciuto e frequentato. Varda racconta le età della sua vita vagabonda, piena di curiosità, di amici e il grande amore con il regista Jacques Demy scomparso nel 1990.
Recensione
Se le persone conservano nella propria memoria una collezione di paesaggi, quella di Agnès Varda è ricca di spiagge e in questo documentario autobiografico la regista ripercorre le tappe della sua vita vissuta tra Parigi e la riva del mare. Nata in Belgio da padre greco e madre francese, trasferitasi a Sète durante l’occupazione nazista, Varda ha vissuto una vita vagabonda segnata da viaggi avventurosi che l’hanno cambiata: la Corsica, la Cina della Rivoluzione, la Cuba del 1962, la California della contestazione.