Una vita di scandali e di eccessi, un matrimonio infelice, l’impegno politico… Lady Georgiana Spencer, Duchessa di Devonshire, fu una donna molto potente dell’aristocrazia britannica divenendo un’icona dell’anticonformismo.
Recensione
Bella, colta, anticonformista e politicamente impegnata, Lady Georgiana Spencer (antenata di Lady Diana), Duchessa di Devonshire, fu una delle donne più carismatiche ed influenti del Settecento ma, oltre lo sfarzo dei salotti, la sua vita affettiva fu tutt’altro che invidiabile. Costretta ad un matrimonio senza amore, obbligata a vivere sotto lo stesso tetto con il consorte e la sua amante, destinata ad un amore clandestino con Charles Grey e tacciata, già da giovane sposa, di non essere in grado di generarare un erede maschio, l’affascinante dama visse un’esistenza davvero romanzesca e Saul Dibb ne fa, in questo film, un’eroina romantica seguendo tutti i clichè del genere.
Primi anni novanta. L’escalation criminale della Sacra Corona Unita in Puglia è devastante. Le cosche si contendono il territorio e portano avanti una guerra di mafia sanguinaria. Carmine Za’ gestice i suoi affari dal Montenegro, delegando il controllo della sua zona a un boss donna: Lucia. Quest’ultima porterà avanti il suo lavoro con la dovuta ferocia fino a quando l’altro boss Barabba non tenterà di conquistare, riuscendoci, il suo territorio. Dopo una strage dalla quale esce viva, Lucia non trova altro di meglio da fare che rifugiarsi da Ignazio, suo amico di infanzia, ora magistrato antimafia.
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Non c’è operazione più pericolosa a livello cinematografico se non quella di intrecciare melodramma e mafia. Non tutti sono Coppola, non tutti hanno una dimensione autoriale così solida come quella del regista italo americano. Il pericolo più grande è quello di confondere le acque, di raccontare storie che non rispecchiano la realtà di luoghi devastati da un fenomeno che non guarda in faccia a nessuno, tanto meno all’amore e ai sentimenti. Galantuomini, l’ultima prova di Edoardo Winspeare presentata nella sezione Anteprima/Première del Festival di Roma, è in tal senso un’opera emblematica che si colloca, nel panorama filmico italiano, sul fronte opposto rispetto a quello idealmente occupato da Matteo Garrone. Gomorra, infatti, è aspro, tagliente, rigoroso, secco e duro, quanto Galantuomini è confuso, melodrammatico e prevedibile. Un abisso divide i due film. Nulla da obiettare sulla regia di Winspeare, dotato di autentico talento visuale, ma Galantuomini possiede una dimensione concettuale che è molto difficile poter accettare (a livello critico).
1983: Nello è un sindacalista appassionato e ricco dei valori che rappresenta, ma anche proiettato verso una concezione più moderna del lavoro e del sindacato. Proprio per questa visione così progressista viene esiliato dai compagni e mandato a dirigere una cooperativa di malati mentali, liberati, almeno sulla carta, dalla prigionia del manicomio dalla legge Basaglia, da poco approvata. Nello si trova così coinvolto in una realtà difficile, fatta di disagi e di esperienze durissime, in cui, grazie alla genialità ed alle abilità degli ex pazienti, riesce a mettere su, coadiuvato da un giovane psichiatra basagliano, un’impresa di montaggio di parquet artistici. I pazienti scoprono così una nuova vita, fatta di dignità e diritti, e Nello sembra vedere finalmente applicate le sue idee riformiste. Ma non tutti sono pronti ad affrontare la vita reale ed il dramma è in agguato, sconvolgendo la vita di Nello e ponendolo di fronte a se stesso e alle sue scelte.
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“Si… può… fare!” Questo era il grido trionfale del barone Frankenstein, al manifestarsi della prima scintilla di vita della sua famosa creatura, nel capolavoro comico di Mel Brooks. Quel grido torna oggi, in maniera più misurata, perché di esseri umani e non di creature assemblate si parla, in questa opera terza di Giulio Manfredonia, regista di commedie delicate e gentili (suo era il remake di Ricomincio da capo in É già ieri, con Antonio Albanese nei panni che furono di Bill Murray), che sceglie questa volta un tema mai passato di attualità, la chiusura dei manicomi, avvenuta alla fine degli anni Settanta con la legge 180, meglio nota come legge Basaglia.
Il Festival Internazionale del Film di Roma, targato Alemanno/Rondi, merita ovviamente alcune considerazioni conclusive, più che sui premi (non noti al momento in cui scrivo e del tutto secondari in questa manifestazione) sulla sostanza stessa dell’evento. Un Festival preceduto da Cannes, Locarno, Venezia, Toronto e seguito da Torino e Berlino non deve avere vita facilissima. I curatori delle sezioni evidentemente hanno dato il massimo; di più non potevano. Non c’era altro in giro. Anzi, ogni volta mi stupisco di come si riesca a mettere in piedi un programma con così tanti titoli. Il risultato, in ogni caso, è stato modesto: un cartellone claudicante, con il grande buco nero del cinema americano. D’altra parte le linee culturalmente protezionistiche dettate dal Sindaco di Roma hanno portato conseguenze evidenti (e disastrose) su una selezione che non ha potuto garantire a pieno il prestigio tanto agognato e inseguito dalla Fondazione Cinema per Roma. Parecchi film italiani, alcuni non indimenticabili, altri più interessanti come quello di Vicari. Ma a parte qualche singola performance la nostra cinematografia non è uscita così bene come gli organizzatori speravano.
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Il fotografo Dave Chen e la psichiatra Jing Gao sono fidanzati e molto innamorati. Entrambi condividono la passione per le immersioni subacquee. Un giorno progettano un’immersione in una zona dove vi sono delle rovine e dove Dave, anni prima, aveva nascosto un anello che avrebbe dovuto donare alla sua amata. Durante l’esplorazione delle rovine sottomarine Dave improvvisamente scompare. Dopo qualche giorno verrà trovato un corpo senza testa e anche l’esame del DNA non riesce a stabilire esattamente l’identità della persona ritrovata. Questo evento sarà destabilizzante per Jing Gao, la quale entrerà in un incubo psicologico inquietante.
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Missing di Tsui Hark era uno dei film più attesi del festival di Roma. Tsui Hark è nato a Hong Kong ma è di formazione artistica americana. E’ una sorta di istituzione del cinema orientale, soprattutto per la sua attività produttiva e le sue collaborazioni con talenti come John Woo e Johnny To. Ritornando a Missing devo dire che la delusione è stata abbastanza cocente soprattutto perché ho personalmente percepito in questo lungometraggio la presenza di elementi estremamente interessanti mal intrecciati però ad altri fattori quasi insopportabili. Ma andiamo con ordine. Missing potrebbe essere definito un melodramma fantasy/horror con venature connesse alla psicoanalisi. Oltretutto la vicenda si evolve attraverso determinati meccanismi del “giallo”, o di quello che potrei definire “cinema indagatorio”.
Negli anni settanta Ulrike Meinhof, Andreas Baader e Gudrun Ensslin fondano una cellula terroristica denominata: Banda Baader-Meinhoff. I giovani si scagliano contro le istituzioni tedesche accusate di essere complici dell’imperialismo americano. La banda si trasforma velocemente in un movimento politico/terroristico noto con la sigla RAF. Dopo numerose azioni violente, i capi della RAF saranno catturati dalla polizia tedesca e rinchiusi nel carcere di massima sicurezza di Stammheim, dove trovano la loro morte in un suicidio collettivo, le cui reali modalità non sono mai state chiarite.
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Mentre si discute ancora, in maniera grottesca, sul Sol dell’avvenire, Il Festival Internazionale del Film di Roma presenta nella sezione Anteprima-Premiere il film di Uli Edel: La banda Baader Meinhof. Situazione contraddittoria dunque: da una parte ci si vuole distanziare da un documentario che prende in esame la storia della nascita delle Brigate Rosse, dall’altra si propone in anteprima un film sulla RAF, organizzazione rivoluzionaria tedesca (sorella delle BR italiane) che fu al centro negli anni settanta di azioni terroristiche clamorose, anche in collaborazione con gruppi armati palestinesi. E per fortuna che nessuno si è sognato di creare problemi sul film tedesco, poiché si tratta di un’opera significativa che alza improvvisamente il livello di un festival partito malissimo.
Giorgio è uno studente universitario modello, figlio di una coppia di intellettuali borghesi. Una sera, nell’ambito di una festa, conosce Francesco, un giovane baro che sopravvive truffando i giocatori che incontra sul tavolo del poker. Tra i due si stabilirà un forte legame di amicizia e una complicità un po’ morbosa. Francesco diventerà il maestro criminale di Giorgio. I due compiranno una escalation delinquenziale, fino a spingersi al traffico internazionale di droga e allo stupro. Proprio quando i due toccheranno il fondo, Giorgio si renderà conto che quella non può essere la sua vera strada esistenziale.
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Uno degli stilemi narrativi più diffusi nell’intera storia del cinema è quello del confronto all’interno di un racconto tra due personaggi che rappresentano le due facce della stessa medaglia e che compiono percorsi gemelli, per un tratto, salvo poi prendere direzioni opposte. Ed ancora: un altro stilema. Il bravo ragazzo di buona famiglia che inizia a prendere una piega sbagliata e piano piano compie una discesa verso gli inferi dalla quale si riprenderà con una certa fatica. Questi due fattori sono presenti in maniera chiara nell’ultima prova di Daniele Vicari, presentata in concorso alla terza edizione del Festival di Roma. Il passato è una terra straniera, questo il titolo del film, è tratto dall’omonimo romanzo di Gianrico Carofiglio ed è stato sceneggiato dallo stesso scrittore insieme a Francesco Carofiglio, Massimo Gaudioso e Daniele Vicari.
Quattro agenti della polizia di New York vengono uccisi in un agguato. Il Dipartimento di Polizia mobilita tutte le sue forze e la famiglia del capo dei Detective di Manhattan, Francis Tierney Senior con i suoi due figli Ray, Francis e il genero Jimmy, sono particolarmente coinvolti nelle indagini. Ray scopre però che gli uomini della squadra di suo fratello non sono così onesti come sembrano e si troverà ad affrontare la dura prova di una scelta: la fedeltà alla famiglia o alla legge.
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Se l’onore ha un prezzo quanto si è disposti a pagare? Ray Tierney è un uomo fin troppo ferito nel corpo e nell’animo da un passato che lo ha costretto a mentire per obbedire ad un codice familiare che, ora, sta per metterlo con le spalle al muro. Gli insegnamenti paterni, improntati al dovere, al sacrificio e al servizio della legge, sembrano così perdere il loro significato se confrontati con una realtà che ha ben poco a che vedere con i suoi sogni da bambino e sulla carriera di poliziotto. Gavin O’Connor vuole affondare la macchina da presa nel tormento di un uomo e sta addosso - letteralmente - a questa famiglia che trascina, nei gesti e nelle parole, il pesante fardello di un’integrità tanto ipocrita quanto disonesta. Per questo mette in campo una serie di personalità al limite, uomini carichi di frustrazioni e rancori personali che sono sul punto di esplodere, troppo vicini ad una miccia fatta di voci a lungo soffocate e disparità affettive accresciute negli anni.
Konstanty è un imprenditore-oligarca polacco. E’ ricchissimo e porta avanti una vita da autentico mafioso. I suoi modi sono volgari e violenti e il suo cinismo è spaventoso. Un giorno conosce in ospedale un giovane povero e disperato che ha provato, non riuscendoci, a suicidarsi. Dopo qualche tempo, quando Konstanty avrà bisogno di un cuore nuovo per sostituire il suo divenuto ormai quasi inservibile, rintraccia il ragazzo per indurlo nuovamente al suicidio. Così, potrà usufruire del suo cuore (il giovane infatti ha il suo stesso gruppo sanguigno). Il demoniaco disegno è portato avanti da un suo cattivissimo scagnozzo ma non tutto andrà per il verso giusto.
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Krzysztof Zanussi è un regista polacco attivo da oltre quaranta anni, considerato in alcuni ambienti critico/cinefili un maestro della cinematografia contemporanea. Personalmente, sono stato sempre poco attratto dal suo mondo poetico e comunque preferisco di gran lunga la sua produzione passata, ovvero quella degli anni sessanta-settanta. Nessuno ha mai nutrito dubbi sul suo talento registico, né sul suo spessore intellettuale. E nessuno, come giusto, si è mai permesso di mettere in discussione la sua matrice “ideologica” legata a un fervente cattolicesimo. Sta di fatto che un’opera come Il cuore in mano, presentata in concorso al Festival di Roma, possiede tutte le caratteristiche del suo modo di intendere l’arte delle immagini in movimento. Regia perfetta ed equilibrata, ottima fotografia, sceneggiatura che sembra una formula matematica, nucleo contenutistico legato a una visione religiosa dell’esistenza.
Emilia/Rosalina de Sousa è un’attrice portoghese della metà dell’ottocento. La donna diventa nobile e contribuisce alla creazione di una sorta di dinastia che si tramanderà di padre in figlio non solo le ricchezze accumulate ma anche la questione del mistero della scomparsa della capostipite. Pare sia morta suicida gettandosi da una scogliera a strapiombo sul mare. Ma il mistero di questo tragico episodio è ancora al centro della vita familiare dei suoi discendenti, i quali cercano ancora una soluzione che forse non troveranno mai.
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Il cinema è il cinema, cioè dovrebbe possedere uno “specifico” linguistico/espressivo che lo differenzia dalle altre forme d’arte. Infatti è così. Ma ciò non vale se si rapporta il cinema ad altre arti prettamente visive, come è dimostrato dalle tendenze contemporanee. Se il cinema inizia a duettare con la pittura la questione diventa più complessa. Può un’inquadratura cinematografica riproporre gli elementi espressivi di un grande dipinto? Ha senso una cinematografica citazionistica ossessionata dalla pittura? Si possono mescolare i linguaggi di un’arte statica (la pittura) e di una dinamica (il cinema)? Probabilmente bisognerebbe chiederlo a un cineasta come Peter Greenaway, che insegue da anni un linguaggio meticcio e che è stato ispirato nella sua cinematografia da pittori come Vermeer e Rembrandt. Oppure a João Botelho, regista portoghese che ha presentato in concorso al Festival di Roma il suo lungometraggio A corte do Norte.