Oskar è un ragazzino senza amici e per di più è oggetto di bullismo da parte di alcuni compagni di scuola. Nella solitudine della sua cameretta ritaglia e conserva articoli di cronaca nera. La sua collezione si arricchisce quando nella cittadina in cui vive iniziano a verificarsi una serie di omicidi sanguinosi. Contemporaneamente, Oskar fa amicizia con una coetanea appena trasferitasi nel suo condominio e di lì a poco si troverà a realizzare che la sua nuova amica è direttamente implicata nelle misteriose morti ma questo non gli impedirà di innamorarsene.
Recensione
Tratto dal romanzo omonimo di John Ajvide Lindqvist (edito in Italia da Marsilio), Lasciami entrare è una favola di amore e morte per preadolescenti inquieti. Sospesa tra sogno e incubo, questa storia di vampiri non trascura i topos del genere: sangue a fiotti, sortite notturne e romanticismo dannato. Le analogie con il recente teen movie Twilight si riducono a questo e probabilmente l’uscita di due diversi film di vampiri a poca distanza l’uno dall’altro non è sufficiente a costituire un fenomeno. Sta di fatto però che era da tempo che al cinema non facevano capolino queste diafane creature della notte. Ci si chiede quindi se e come si sia evoluto il genere dai tempi in cui a Miriam si sveglia a mezzanotte si attribuiva un sottotesto legato al problema dell’AIDS.

L’analista del CIA Osborne Cox viene allontanato dall’agenzia per la quale lavora con l’accusa di avere problemi di alcol. L’uomo si arrabbia molto ma non si perde d’animo e decide di scrivere un libro di memorie nel quale rivelerà segreti scottanti. Il problema è che un suo cd, con dati riservati, finisce in maniera rocambolesca nelle mani di due gestori di una palestra: Chad e Linda. I due decidono di ricattare Cox, ma si tratta di persone decisamente sprovvedute.
Dietro il grottesco… una vita tragica
Nel corso degli anni lo stile visuale del cinema dei fratelli Coen si è fatto essenziale, preciso, quasi matematico. Ogni sequenza presenta un equilibrio formale altissimo. Ogni inquadratura è geometricamente perfetta, priva di orpelli, nitida. I movimenti di macchina sottolineano sempre un passaggio narrativo (e in qualche caso emotivo) della vicenda e non si configurano mai come elementi scollegati linguisticamente dal senso profondo del racconto.
Questa favola
Ha per vero protagonista assoluto
Un illusionista prodigioso:
Lo stesso che col suo gioco preciso
Ti inganna ancora
Ti tiene ancora distratto
Dalla più sublime delle visioni possibili:
La realtà
Con questo prologo in versi si introduce una versione moderna e musicale della favola di Orfeo ed Euridice.
Recensione
Scelta come film di chiusura dell’eclettica Mostra di Venezia 2008 la versione cinematografica del musical scritto, interpretato e diretto da Tito Schipa Jr. intreccia un ideale dialogo col restaurato Yuppi Du e con la grande retrospettiva Questi fantasmi: Cinema italiano ritrovato (1946 – 1975). Ma l’unicità e l’eccentricità di Orfeo 9 sono evidenti ancora oggi, a quasi quarant’anni dalla sua ideazione e a trentacinque dalle riprese della pellicola, realizzata nel 1973 per il settore sperimentale della RAI.

All’età di ottant’anni la regista Agnès Varda decide di filmare un’autobiografia colorata e ironica il cui filo conduttore sono le spiagge che ha conosciuto e frequentato. Varda racconta le età della sua vita vagabonda, piena di curiosità, di amici e il grande amore con il regista Jacques Demy scomparso nel 1990.
Recensione
Se le persone conservano nella propria memoria una collezione di paesaggi, quella di Agnès Varda è ricca di spiagge e in questo documentario autobiografico la regista ripercorre le tappe della sua vita vissuta tra Parigi e la riva del mare. Nata in Belgio da padre greco e madre francese, trasferitasi a Sète durante l’occupazione nazista, Varda ha vissuto una vita vagabonda segnata da viaggi avventurosi che l’hanno cambiata: la Corsica, la Cina della Rivoluzione, la Cuba del 1962, la California della contestazione.
Lionel vive nella periferia di Parigi con la figlia Josephine in un tenero ménage fatto di premure. I due si alzano presto la mattina e rincasano la sera. I fine settimana danno loro un po’ di tregua dalla vita quotidiana, così come l’amicizia dei vicini di casa: Gabrielle, la taxista innamorata di Lionel e Noé che viaggia spesso ma per ora non ha intenzione di lasciare il vecchio appartamento.
Recensione
Mattinate sonnolente e sere affannose si succedono di volta in volta uguali per chi viaggia dalla periferia verso la città e poi di nuovo a ritroso. Lionel, vedovo di origine caraibica conduce proprio i trenini di quei pendolari come lui. La ferrovia traccia la strada verso un futuro che per lui sarà forse sempre uguale al presente e così l’uomo preferisce riporre le sue speranze di emancipazione nella premurosa figlia Josephine. La ragazza, però, sembra troppo attaccata ad un padre che un giorno potrebbe non esserci più e quindi vive con lui una relazione pulita ma esclusiva come tra moglie e marito.
Come la vita dei suoi protagonisti, 35 rhums scorre sui binari delle ferrovie parigine sfruttando una metafora visiva né originale né comunque stucchevole. Per quelle vie viaggiano i destini di chi potrebbe scegliere una vita migliore ma non ne ha la forza, di chi forse lo farà e si interrompe la vita di chi ormai non ha più speranza di cambiare. Nel film si viaggia, quindi, ma senza mai spostarsi veramente, senza mai davvero partire perché manca il coraggio o l’occasione.
Mario Monicelli vive da tempo nel rione Monti situato nel cuore di Roma. Le sue passeggiate e i suoi incontri sono inseriti in un documentario di grande semplicità e pulizia formale.
Recensione
Se non sbagliamo, Mario Monicelli non si era mai occupato di cinema documentaristico. La sua è stata una carriera lunghissima, piena di alti e bassi, caratterizzata da qualche opera importante e comunque sempre dignitosa e libera.
Ebbene, la più recente espressione di libertà messa in atto da Monicelli è stata quella di realizzare un piccolo, piccolissimo, documentario sul quartiere (anzi, rione) romano nel quale vive da tanti anni. Stiamo parlando di Monti. Per chi non conosce Roma, una breve spiegazione. Monti è una delle ultime zone popolari della città (anche se stracolma di artisti e ricchi alla moda). Si trova tra Via Nazionale, Via Cavour e Via dei Fori Imperiali. È ancora oggi un microcosmo nel quale tutti si conoscono e tutti parlano tra di loro. Monicelli, accompagnato da un operatore, passeggia per il rione, si fa fare la barba dal barbiere, entra dal macellaio, in una scuola di musica, nei negozi. È uno sguardo sereno, partecipativo ma misurato, un onesto tentativo di raccontare la vita quotidiana di uno degli ultimi angoli di Roma ancora caratterizzati dalla comunicazione umana e sociale.
Curiosa è l’esplorazione degli innumerevoli, meravigliosi e nascosti cortili e giardini di Monti, luoghi quasi misteriosi che portano lo spettatore in una dimensione decontestaulizzata rispetto alla realtà.

Doria Manfredi lavora come cameriera presso la residenza di campagna di Giacomo Puccini. La ragazza è devota e gentile e il maestro la ripaga con un affetto paterno, sincero e tenero. Un giorno Doria soprende la figliastra di Puccini a letto con il librettista del musicista. Lei non parla, ma Fosca (la figliastra) non la prende bene e inizia a calunniare Doria, affermando che è l’amante segreta di Puccini. La cameriera, accusata ingiustamente, verrà allontanata in malo modo dalla casa dalla moglie di Puccini e svillaneggiata in modo volgare. Ciò porterà al suo suicidio.
Recensione
Pare che Paolo Benvenuti possieda un rarissimo filmino che ritrae Giacomo Puccini mentre va a caccia, fuma il suo sigaro toscano, passeggia in riva al lago. Senza dubbio deve trattarsi di un documento di portata eccezionale, specie per chi ama profondamente le sue opere e le sue melodie.
Sulla figura del grande musicista toscano sono state già realizzate diverse opere cinematografiche e televisive, tutte aride e prevedibili. Il tentativo di collocare all’interno del racconto filmico le vicende di un personaggio così denso di passioni e di talento ha sempre spinto sceneggiatori e registi a scadere in un “biografismo” scontato.
Benventi e Paola Baroni hanno invece puntato sulla ricostruzione di un episodio minimo e non così centrale, riguardante non la vita artistica del maestro lucchese ma un evento familiare e privato. Lo scopo era quello di evidenziare come Puccini fosse influenzato creativamente dagli accadimenti quotidiani, dalle piccole avventure del microcosmo di Torre del Lago, dai sentimenti giornalieri che poi rielaborava all’interno di trame nelle quali questi elementi venivamo abilmente contestualizzati.
Khosrow e Shirin è un famoso poema persiano scritto da Nezami Ganjevi nel XII secolo e racconta la triste storia della bella Shirin, principessa di Armenia, che rinuncia al suo trono per seguire nell’odierno Iran il re di Persia Khosrow, nel frattempo sposatosi per ragion di stato, e poi si innamora dello scultore Farhad. Ancora oggi il dramma suscita commozione in un folto pubblico femminile.
Recensione
Scoperte da noi europei alla fine degli anni Ottanta, le opere di Abbas Kiarostami venivano presentate nelle principali manifestazioni cinematografiche di Venezia e Cannes per tutto il decennio successivo. La moda del cinema iraniano, quello spesso interessante di autori come Makhmalbaf e Panahi ma anche quello di registi molto meno originali, ha fatto sì che per molti anni non si potesse pensare un concorso di un grande festival senza una o due pellicole provenienti da quel paese. E inevitabilmente a tale genere di opere venne appiccicata l’etichetta di “film da festival”, un peso che forse ha angosciato lo stesso Kiarostami il quale ha dichiarato alcuni fa di non voler più firmare lungometraggi per darsi al documentario e al cinema digitale.