Trailer, schede dei film e delle celebrità, ricche gallerie fotografiche, Top Ten per incassi, per pubblico e per critica.
Cinema.it è tutto nuovo, vieni a commentare l'ultimo film che hai visto!

Inauguriamo una nuova rubrica con le creativissime classifiche cinematografiche dei nostri ospiti. Francesca Camerino, blogger di TVBlog, ha scelto e commentato per noi 8 film d’animazione tratti dai cartoon televisivi. Lungometraggi che, per un motivo o per l’altro, non dovremmo perdere. Vi invitiamo a fare lo stesso nei commenti alle schede di www.cinema.it!
1) I Simpson - Il film (2007): Nel film, il maialino Spider-Pork, adottato da Homer, interpreta assieme al capofamiglia ‘in giallo’ una delle gag d’animazione cantate più divertenti di tutti i tempi. E surclassa alla grande il personaggio di cui fa la parodia, Spider-Man.
2) Il castello di Cagliostro (1979): Il lungometraggio di maggior successo d’animazione sul ladro gentiluomo, Lupin III, che presenta una maniacale attenzione ai particolari. Inoltre è diretto dal grande autore Hayao Miyazaki, il ‘dio dell’anime’ che aveva diretto anche la prima serie tv del 1971.
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«Questi Grandi spesso si reputano troppo grandi, scontano la consapevolezza del senso della propria importanza e della forma in cui debbono rapportarsi con il mondo e con se stessi. Forse all’inizio presero ad autocelebrarsi, senza trarne motivo di buon umore e, avendo potuto impratichirsi nell’imperio sui poveretti ed essendosi abituati a impartire ordini a breve respiro, eccoli arrivare in quattro e quattro otto, e con una scioltezza di pensiero che potremmo definire un’elegante decisione, a compiere un misfatto.»
Ecco l’articolo più difficile e allo stesso tempo più facile, perché il suo contenuto è riassumibile, un po’ brutalmente ma senza che ne vada smarrita neanche una sfumatura, in due parole: cinema.it ha chiuso. Dal 31 dicembre 2008 il contratto che lega a Dada la nostra società Cinemotion, responsabile dei contenuti del dominio cinema.it fino dal 1996, è giunto a scadenza e non è stato rinnovato. L’interruzione del rapporto editoriale è il frutto di una precisa scelta gestionale, dettata da un’adesione incondizionata del proprietario del sito, la società per azioni Dada, alla filosofia del cosiddetto nano-publishing. Dada è una società quotata al nuovo mercato che nel 2008 ha registrato ricavi stimati intorno ai 170 milioni di euro.
Eccoci dunque al momento del commiato, per il quale abbiamo scelto alcune parole dello scrittore Robert Walser che ci sembrano particolarmente indicate per prendere congedo dai nostri lettori. Se non altro perché, anche se scritte quasi un secolo fa, alludono ad atteggiamenti che sono la moneta corrente di certa mentalità tecnocrate imperante nel meraviglioso mondo del web. Meraviglioso soprattutto per chi ne ha ricavato e continua a ricavarne sostanziosi profitti.
Il presupposto di questa scelta è, evidentemente, molto semplice: nel momento in cui l’informazione si scinde dalla cultura non c’è più alcuno spazio per la critica cinematografica. Non è più un genere giornalistico di richiamo; i suoi praticanti sono considerati ormai già da tempo gli ultimi esponenti di un mondo in via di estinzione. I critici non vengono più nemmeno rimpiazzati, man mano che se ne vanno, dai più prestigiosi quotidiani. La logica è fin troppo chiara: dal momento che a nessuno è negato il diritto di parlare di cinema, perché mai dovrebbero esserci dei professionisti per farlo? Come ci ha insegnato l’ideologia televisiva dell’opinionista, si può tranquillamente esprimere un’opinione su tutto senza avere un’idea su niente.
Che ne sarà dunque di questo sito, nato e cresciuto come spazio di critica cinematografica? Non spetta a noi dirlo, né tantomeno deciderlo, perché non saremo più noi a farlo. Forse diventerà qualcos’altro, forse si trasformerà in un aggregatore di notizie sul cinema, forse in niente. Quello che è certo è che non sarà più quello che è stato da dodici anni a questa parte: il frutto del lavoro di un gruppo di giornalisti animato dal desiderio di coniugare critica, informazione e cultura attraverso strumenti semplici ma essenziali come la passione, la professionalità e l’indipendenza. Strumenti che ci hanno consentito, con la costanza di tante piccole formiche, di accumulare in questi anni migliaia di recensioni, interviste, notizie, resoconti giornalieri dai più importanti festival.
Tutto questo non interessa più. Lo avevamo capito alcuni mesi fa, quando abbiamo dovuto subire passivamente e del tutto inascoltati il trasferimento sulla piattaforma di blogo, non accompagnato da un immediato reindirizzamento, con successivo e conseguente snaturamento del sito, demolizione della newsletter, cancellazione della nostra memoria storica.
Le nuove idee di crescita che animano oggi gli operatori del web vanno in un’altra direzione. Spazio, allora, al nano-publishing, alle raccomandazioni al pubblico, agli aggregatori di notizie. Anche il web si è scoperto post-umano. Ne avevamo avuto sentore dodici anni fa, quando avevamo scelto di chiamarci HalCinema, anche se all’epoca ci eravamo immaginati un epilogo diverso.
A chiudere un 2008 ricco di riconoscimenti, apertosi quasi un anno fa con l’Orso d’Oro alla carriera ricevuto alla scorsa Berlinale, si è inaugurato lunedì presso il Museo Nazionale del Cinema di Torino il programma di eventi riuniti sotto al titolo Uomini contro. Il cinema di Francesco Rosi. L’evento celebra l’acquisizione da parte del Museo del vastissimo archivio personale di Rosi e si articola in vari eventi simultanei: l’omonima mostra fotografica ospitata fino al 15 febbraio dentro la Mole Antonelliana, una retrospettiva completa dei film del regista, l’uscita per il Castoro di Dossier Rosi di Michel Ciment, in edizione rimaneggiata rispetto agli originali francesi del 1976 e del 1986, e la messa in scena della Filumena Marturano di Eduardo De Filippo con la regia di Rosi e l’interpretazione di Lina Sastri e Luca De Filippo che si terrà al Teatro Nuovo dal 16 al 21 dicembre, in collaborazione con il Teatro Stabile di Torino diretto dal collega Mario Martone.
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Volevamo chiedergli come si sarebbe trovato alla Casa Bianca, se le ultime elezioni americane fossero andate in modo diverso, ma Mr. Palin ci aveva già pensato da solo: “Quando ho letto il titolo di un giornale che diceva “Palin’s Daughter pregnant” ho pensato: guarda un po’ se dovevo sapere dai giornali che sarei diventato nonno… poi ho capito che si parlava di un’altra persona”. A Torino è infatti sbarcato, dall’Inghilterra, Michael Palin, nessuna parentela (anche se lui non lo esclude) con l’omonima politica repubblica, ma ora e sempre uno dei sei Monty Python. Al Torino Film Festival l’attore ha presentato Il senso della vita (1983), e ha dialogato con i colleghi ospiti della retrospettiva sulla “British Renaissance” degli anni ’70 e ’80, nella quale è stato selezionato anche Pranzo reale (1984), dove Palin recita accanto a Maggie Smith. Se poi ve lo ricordate in Un pesce di nome Wanda (1989), non siete i soli.
All’incontro collettivo con la stampa anche Palin ha ricordato gli anni della cosìdetta British Renaissance, sulla quale l’attore ha le idee molto chiare: “C’era un solo vero parallelo tra tutti gli autori e le produzioni degli anni ’70 e quelli degli anni ’80 in Inghilterra: tutti odiavano profondamente quello che pensava e quello che faceva il governo Thatcher.”
“Marc Forster è un cineasta dalla grandissima forza e dall’enorme coraggio. Un regista capace di fare film diversissimi tra loro come Monster’s Balls e Il cacciatore di aquiloni. Il nostro legame nasce dall’essere dei grandi fans del cinema. Farei qualsiasi personaggio con lui.” Daniel Craig racconta così il suo rapporto con il regista di Neverland e Vero come la finzione, il primo ad avere un piglio autoriale nel portare sullo schermo un’avventura di 007, la ventiduesima della storia del cinema.
Forster dice che lei è il Bond più vicino a quello dei romanzi di Ian Fleming…
Lo 007 dei romanzi è un’espressione degli anni Cinquanta. Ha troppi difetti che non ha senso trasferire su un uomo di oggi. Avrebbe avuto qualcosa di anacronistico portare quel personaggio di nuovo in scena, mentre io ho preferito andare al suo cuore e Marc è stato vicino a me in questo processo.
“Negli ultimi anni è nata la moda di essere dei presunti esperti di vini. A tavola senti dire ‘vorrei un rosso più strutturato’, ‘desidero un bianco fermo’, mentre in realtà tutti bevono senza capire niente. Per questo motivo mi divertiva molto l’idea di ambientare parte del mio film nell’ambiente mondo dell’enologia. Mi sembrava, infatti, giusto che un attore così fragile come il mio personaggio si lasciasse confondere da un mondo del genere.” Vincenzo Salemme si diverte a prendere in giro i corsi per sommelier, ma anche l’universo mediatico delle Fiction nel suo ultimo film No Problem dove dirige Sergio Rubini, Giorgio Panariello e Iaia Forte in una delle sue commedie più divertenti. “La mia non è tanto una critica alla televisione.” Spiega il regista e attore “quanto piuttosto una riflessione su quanto il successo dato dal tubo catodico possa risultare effimero e di brevissima durata. La Tv, pur avvicinandoti a milioni di persone, diventa ‘rischiosa’ se, alla fine, non c’è il talento. Essere impreparati per il successo può risultare perfino più dannoso che essere sfortunati e non arrivare mai a conoscerlo.”
Un altro rischio è quello di rimanere eccessivamente legati al proprio personaggio…
Questo, in una fiction come quella che interpreta il protagonista di No Problem, può accadere davvero, perché un interprete può arrivare a scontrarsi con le aspettative del pubblico che lo vogliono sempre in una certa maniera. Un attore, però, deve avere nelle sue corde la facoltà di cambiare e di potere affrontare altri ruoli, diversi da quelli che ha interpretato fino a quel momento.

“La forza di questo film sta soprattutto nella regista e nella sceneggiatura: nessuno di noi tre si è sforzato particolarmente di recitare. Ci siamo trovati in una situazione complessa tra sole, caldo e altre difficoltà e abbiamo fatto tutti quanti del nostro meglio. Ci siamo preparati molto dal punto di vista tecnico e la cosa più importante era stabilire tra noi un rapporto di grande fiducia.” Così l’attore Jeremy Renner racconta la sua esperienza in The Hurt Locker, film in concorso diretto da Kathryn Bigelow che si è abbattuto sul Lido con tutta la sua potenza visiva e la sua forza visionaria. Una pellicola dal solido impianto cinematografico che mette in scena il drammatico e terribile lavoro di una squadra di artificieri dell’esercito degli Stati Uniti nell’Iraq di oggi. “Mentre giravamo pensavamo a film come Full Metal Jacket, Vittime di Guerra e Apocalypse Now!, pellicole dove è il lavoro di squadra dei soldati al centro della macchina da presa.” Aggiunge Brian Geraghty.
Continua a leggere: Uragano Kathryn. Intervista a Jeremy Renner, Anthony Mackie e Brian Geraghty
C’è voluto il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per chiudere la polemica relativa all’ultimo film di Spike Lee, Miracolo a Sant’Anna, definito “un omaggio’ alla Resistenza e ai partigiani italiani”. Gli stessi cui il regista afroamericano aveva dichiarato di non dovere chiedere scusa, perché “al di là delle diverse interpretazioni c’era un unico fatto sicuro: il 12 agosto 1944, la Sedicesima divisione delle Ss massacrò 560 civili a Sant’Anna di Stazzema. Uomini, donne, anziani, bambini. Questa è la sola cosa certa.” Diceva Lee “Per il resto, non mi preoccupa che la mia pellicola provochi polemiche: discutere del passato, della Seconda guerra mondiale, è sempre un fatto positivo”. Non la pensavano così i parenti e i familiari delle vittime, che rifiutavano categoricamente l’idea suggerita parzialmente dal film che l’eccidio fosse stato scatenato dal tradimento di un partigiano. La parola ‘fine’ alla polemica ce l’ha messa, però, l’Associazione Nazionale Partigiani. Prendendo atto che un cartello nei titoli di testa attribuiva le colpe della strage ai nazisti, l’ANPI riconosceva che “la storia è liberamente tratta da un libro che somma dati storici all’opera della fantasia dell’autore”.
Continua a leggere: L’uomo dei miracoli - Intervista a Spike Lee

“Mammia Mia! ha rappresentato per me una grandissima sfida, ma – al tempo stesso – tale impegno è un qualcosa che non ho avvertito ‘molto’. Per me è stato soprattutto una gioia.” Meryl Streep parla in termini più che entusiastici del film ispirato al musical di Broadway che la vede cantare e ballare come protagonista di una commedia degli equivoci brillante ed estremamente divertente. Un film in cui l’attrice americana porta sullo schermo una madre, il giorno della vigilia delle nozze di sua figlia. La donna, infatti, non sa che la ragazza ha inviato una lettera di invito a ciascuno dei suoi possibili padri, i cui nomi sono stati ricavati dal suo diario di diciotto anni prima. “Quasi non credevo che, arrivati a questo punto della mia carriera, qualcuno mi chiedesse di recitare in un personaggio così” - continua Meryl Streep che rivedremo presto in Doubt dove interpreta la madre superiora di una scuola media di New York in contrasto con un sacerdote portato sullo schermo da Philip Seymour Hoffman. “Non mi sarei mai aspettata di vedermi offrire un ruolo dove canto e ballo intorno a tre uomini tanto affascinanti. Sono stata davvero molto contenta”.
Abbiamo posto qualche domanda a Riccardo Meggiato, autore del Libro Machinima - Produzioni Cinematografiche Spettacolari ed Economiche. Eccole!
Come è nato il progetto di scrivere un libro sul machinima?
Sono stato programmatore di videogiochi per tanti anni, poi sono diventato divulgatore tecnologico; in più, il cinema ha da sempre rappresentato una mia grande passione. Dopo aver scritto alcuni articoli sul machinima, ho capito che era l’occasione per “collare” le mie due esperienze lavorative e, appunto, la passione per il cinema. Senza contare che nessuno in Italia, finora, aveva mai scritto un libro su come si fa il machinima.
Continua a leggere: Machinima - Intervista a Riccardo Meggiato