
Tra musical spettacolari, biografie di artisti famosi e colonne sonore indimenticabili sono tantissimi i film dove le sette note diventano le protagoniste assolute. In questo post abbiamo provato ad elencare cinque particolari pellicole in cui la musica è suonata o semplicemente raccontata. Cinque film da vedere assolutamente, con il dolby surround al massimo!
Amadeus (1984): L’arte e la leggenda del visionario Wolfgang Amadeus Mozart, genio musicale vissuto nel 1700. Vincitore di 8 premi Oscar, tra cui miglior film dell’anno.
The Blues Brothers (1980) : Jacke e Elwood sono in missione per conto di Dio. Con l’aiuto di Ray Charles, Aretha Franklin, James Brown, Cab Calloway e John Lee Hooker… potevano forse fallire?
«Questi Grandi spesso si reputano troppo grandi, scontano la consapevolezza del senso della propria importanza e della forma in cui debbono rapportarsi con il mondo e con se stessi. Forse all’inizio presero ad autocelebrarsi, senza trarne motivo di buon umore e, avendo potuto impratichirsi nell’imperio sui poveretti ed essendosi abituati a impartire ordini a breve respiro, eccoli arrivare in quattro e quattro otto, e con una scioltezza di pensiero che potremmo definire un’elegante decisione, a compiere un misfatto.»
Ecco l’articolo più difficile e allo stesso tempo più facile, perché il suo contenuto è riassumibile, un po’ brutalmente ma senza che ne vada smarrita neanche una sfumatura, in due parole: cinema.it ha chiuso. Dal 31 dicembre 2008 il contratto che lega a Dada la nostra società Cinemotion, responsabile dei contenuti del dominio cinema.it fino dal 1996, è giunto a scadenza e non è stato rinnovato. L’interruzione del rapporto editoriale è il frutto di una precisa scelta gestionale, dettata da un’adesione incondizionata del proprietario del sito, la società per azioni Dada, alla filosofia del cosiddetto nano-publishing. Dada è una società quotata al nuovo mercato che nel 2008 ha registrato ricavi stimati intorno ai 170 milioni di euro.
Eccoci dunque al momento del commiato, per il quale abbiamo scelto alcune parole dello scrittore Robert Walser che ci sembrano particolarmente indicate per prendere congedo dai nostri lettori. Se non altro perché, anche se scritte quasi un secolo fa, alludono ad atteggiamenti che sono la moneta corrente di certa mentalità tecnocrate imperante nel meraviglioso mondo del web. Meraviglioso soprattutto per chi ne ha ricavato e continua a ricavarne sostanziosi profitti.
Il presupposto di questa scelta è, evidentemente, molto semplice: nel momento in cui l’informazione si scinde dalla cultura non c’è più alcuno spazio per la critica cinematografica. Non è più un genere giornalistico di richiamo; i suoi praticanti sono considerati ormai già da tempo gli ultimi esponenti di un mondo in via di estinzione. I critici non vengono più nemmeno rimpiazzati, man mano che se ne vanno, dai più prestigiosi quotidiani. La logica è fin troppo chiara: dal momento che a nessuno è negato il diritto di parlare di cinema, perché mai dovrebbero esserci dei professionisti per farlo? Come ci ha insegnato l’ideologia televisiva dell’opinionista, si può tranquillamente esprimere un’opinione su tutto senza avere un’idea su niente.
Che ne sarà dunque di questo sito, nato e cresciuto come spazio di critica cinematografica? Non spetta a noi dirlo, né tantomeno deciderlo, perché non saremo più noi a farlo. Forse diventerà qualcos’altro, forse si trasformerà in un aggregatore di notizie sul cinema, forse in niente. Quello che è certo è che non sarà più quello che è stato da dodici anni a questa parte: il frutto del lavoro di un gruppo di giornalisti animato dal desiderio di coniugare critica, informazione e cultura attraverso strumenti semplici ma essenziali come la passione, la professionalità e l’indipendenza. Strumenti che ci hanno consentito, con la costanza di tante piccole formiche, di accumulare in questi anni migliaia di recensioni, interviste, notizie, resoconti giornalieri dai più importanti festival.
Tutto questo non interessa più. Lo avevamo capito alcuni mesi fa, quando abbiamo dovuto subire passivamente e del tutto inascoltati il trasferimento sulla piattaforma di blogo, non accompagnato da un immediato reindirizzamento, con successivo e conseguente snaturamento del sito, demolizione della newsletter, cancellazione della nostra memoria storica.
Le nuove idee di crescita che animano oggi gli operatori del web vanno in un’altra direzione. Spazio, allora, al nano-publishing, alle raccomandazioni al pubblico, agli aggregatori di notizie. Anche il web si è scoperto post-umano. Ne avevamo avuto sentore dodici anni fa, quando avevamo scelto di chiamarci HalCinema, anche se all’epoca ci eravamo immaginati un epilogo diverso.
Fra i compositori europei più interessanti della generazione dei quarantenni (assieme al francese Alexandre Desplat e all’inglese Edward Shearmur), Dario Marianelli ha ricevuto per la colonna musicale di Espiazione l’ambito Golden Globe e ottenuto la candidatura all’Oscar; precedentemente un’altra sua partitura, quella di Orgoglio e pregiudizio, aveva già ricevuto una nomination.
Nei due film della collaborazione con il regista Joe Wright è emerso un profilo del musicista come autore complementare di mondi letterari preesistenti, più marcatamente nel film da Jane Austen, in ogni caso lavorando alla creazione di un testo musicale che segnala l’operazione critica in atto, il rapporto con la fonte e dialetticamente con il presente dello spettatore. Partiture, insomma, di un passato/presente che impiegano le forme storiche con la disinvoltura e la sensibilità del nostro tempo.
Tutti gli interventi pianistici nei due film sembrano possedere questa cifra, ma non siamo di fronte a un compositore che rivendica uno stile o una firma; Marianelli in altre produzioni mostra un approccio differente alla scrittura e alla strumentazione, come si evince dall’ascolto di V per Vendetta e soprattutto del soprendente Il buio nell’anima.
Fra i cineasti europei di cui il sistema culturale ha più di recente decretato lo status autoriale, Fatih Akin è di gran lunga quello che ha il miglior rapporto con il suono: lingue diverse si mescolano, talvolta didascalicamente; rumori della strada e della vita, creano climi sonori differenti; infine, in posizione preminente, la musica è davvero uno dei materiali da costruzione, una sostanza non indifferente che determina uno stile complessivo già riconoscibile.
Il documentario musicale Crossing the Bridge ha ulteriormente esplicitato la specializzazione del cineasta, pertanto non stupisce l’esito (sonoro) di questo Ai confini del paradiso, che è il frutto di una collaborazione di altissimo livello con la nuova sensazione del circuito internazionale dei club, Dj Shantel (ascoltato abbastanza spesso anche in Italia). Questi è l’esponente di spicco di un meticciato musicale che pesca da tutta l’area balcanica, dandosi come obiettivo non il folklore culturalista ma la discoteca; in questo senso tutto il repertorio remixato e sciorinato in Ai confini del paradiso ha la freschezza e l’immediatezza del presente in quella parte di mondo.
Hans Zimmer scrive la partitura per il film ispirato al romanzo di Dan Brown propendendo per l'elemento più marcatamente misticheggiante, dando vita a cori muliebri e a atmosfere dall'impronta fortemente spirituale. Un progetto musicale ambizioso in cui il compositore tedesco punta ad una rarefazione insolita per il suo stile in genere dalle sonorità dinamiche e vigorose e in cui l'ascoltatore può dirsi testimone di un'elegia profana nei confronti del mistero divino.
I brani contenuti nel Cd:
1. Dies Mercurii I Martius
2. L'Esprit Des Gabriel
3. The Paschal Spiral
4. Fructus Gravis
5. Ad Arcana
6. Malleus Maleficarum
7. Ssalvete Virgines
8. Daniel's 9th Cipher
9. Poisoned Chalice
10. The Citrine Cross
11. Rose Of Arimathea
12. Beneath Alrischa
13. Chevaliers De Sangreal
14. Kyrie For The Magdalene

Trent’anni di carriera che, dall’Autarchico al Caimano, racchiudono una ricerca musicale marcante la storia del cinema italiano, condotta in una posizione non contraddittoria di centralità appartata: per Franco Piersanti è senza dubbio giunto il momento del consenso unanime, della celebrazione (per quanto questo compositore abbia goduto, fin dagli esordi, di un’attenzione o quantomeno di una “curiosità” non comuni in ambito critico).
Come raramente accade nel mondo dell’arte, l’applauso generale è sincronizzato con una creazione importante: la partitura per l’ultimo film di Moretti rappresenta senza dubbio una delle vette assolute della scrittura musicale di Piersanti. Il grande tema del Caimano si candida a diventare, per la musica cinematografica italiana di questi anni, quello che il tema di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto fu per gli anni ’70.
Musicalmente, questo caimano è stregonesco, nell’accezione grottesca di Paul Dukas (“L’Apprenti Sorcier”, scritto agli albori del cinema e poi dal cinema stesso riscoperto e riformulato) e in quella sensuosa di Manuel de Falla (“El amor brujo”, ossia “L’amore stregone”); in esso si ritrovano anche l’attrazione per il delirio di Ravel e la libertà assoluta del tratto stravinskiano. Il ritmo incalzante, e soprattutto il violino che esegue aspramente il motivo principale, sono i gesti che fondano questa partitura; questo nucleo viene ripreso e variato fino a trascorrere, come lo stesso compositore afferma, dal “grottesco” al “livido” (il finale). L’intenzionalità analitica della musica contemporanea è fortemente presente nell’introduzione a “Il processo”, in cui si enuclea la sezione degli archi, in un ordine che va dal grave all’acuto, in un tessuto fugato di gran fattura.
Accanto al nucleo grottesco-livido o del caimano-stregone, convive un nucleo sentimentale, cui Piersanti non dedica meno cura. “Paola e Bruno” è una composizione notevolissima, aperta dal pianoforte di Gilda Buttà (“specialista” del cinema, cui continua a fornire una cifra riconoscibile, come non accadeva alle produzioni italiane dal tempo ormai lontano in cui il vero cinefilo sapeva riconoscere la viola di Asciolla, il contrabbasso di Petracchi, il flauto di Gazzelloni), marcata dall’intervento tematico del violoncello di Andrea Bergamelli (un ostinato di quattro note, molto suggestivo) e infine chiusa dal sax soprano di Pasquale Laino.

Film televisivo in due puntate andato in onda nell’aprile del 2005 con un certo successo (la prima parte è stata vista da 7.306.000 persone, pari a uno share del 26,96 %), Cefalonia si inserisce in questo filone di fiction storica fatta con le migliori intenzioni (De Gasperi – L’uomo della speranza, Le cinque giornate di Milano). La partecipazione del Maestro Ennio Morricone al progetto Cefalonia è di per sé indizio della professionalità e della qualità complessive; quello che il compositore romano porta, in prima istanza, è una solida intelaiatura retorica in cui trovano posto (ma senza debordare) epicità e solennità.
C’è un’evidente volontà di interpretare musicalmente il senso di ensemble (di unità, di solidarietà) che la vicenda tematizza, e dunque ecco il canto “Dammi la mano”, con un testo di Maria Travia, consorte del Maestro romano dal 1956 e autrice dei versi di una delle cinque canzoni nonché del testo della versione vocale di “River” in Mission. Questa linea “patriottica” nell’interessante traccia “Nell’isola, soli” si sviluppa dialetticamente fra coro (Coro Sinfonico Romano) e tromba solista e culmina nella citazione dell’Inno di Mameli (ri-omaggiato anche nel prosieguo).
La tromba è senza dubbio la voce più intenzionalmente storica della partitura morriconiana, con stilemi sovente militareschi. Tuttavia, anche in un contesto di compattezza quasi obbligatoria come questo, si segnalano due tracce di sapore differente: “Riflessivo, meditativo”, che sfonda l’orizzonte bloccato dell’incipit con un’inaspettata apertura melodica; “Composizione sulla Resistenza”, lunga suite (14 minuti) di eccellente ispirazione che raccoglie alcuni delle cellule musicali precedentemente rilevate, per calarle in una struttura porosa e dilatata. Per l’ennesima volta, Ennio Morricone si conferma partner ideale per una progettualità audiovisiva “istituzionale”, ormai quasi un genere televisivo autonomo, con una propria cifra tematica e stilistica, un gruppo di attori affidabili (qui rappresentato dal paradigmatico Zingaretti), e – fatto da non sottovalutare – un pubblico reale che premia questo tipo di proposta.

Fra i professionisti più eclettici della sua generazione, il compositore, arrangiatore, direttore d’orchestra e produttore musicale Paolo Silvestri firma un’interessante partitura per la stralunata commedia interpretata da Massimo Ceccherini. L’eterogeneità stilistica è quella di un oggetto letteralmente pop costituito da tanti piccoli tasselli di musica contemporanea: funky, tango, rock, swing.
Il tutto condito di ironia, ma anche di rispetto per ciascun linguaggio, interpretato con mestiere; a fare da filo conduttore è un tango “mutante”, che si ripresenta sotto varie spoglie. In un testo pop che si rispetti non mancano le ibridazioni più fantasiose: “Rapimento” comincia con il clima sospensivo del pedale per poi cimentarsi in un calco di Paolo Conte; “Il saggio cinese” cela dietro il paravento esotico la cellula melodica de “Le ragazze di Gauguin”.

Non solo merce per collezionisti di Ennio Morricone, il cd che raccoglie le musiche del film televisivo Il cuore nel pozzo, trasmesso in due puntate dalla Rai nel febbraio del 2005, è un ascolto che ci permette di cogliere il Maestro al lavoro. Senza togliere nulla alla solida struttura del testo musicale nel suo complesso, il punto di incandescenza della partitura è indubbiamente la suite “Orrori”, esperienza immersiva suddivisa in tre movimenti fondamentali: uno iniziale, magmatico, con un disegno a “terrazze” ascendenti; uno centrale, ipnotico, sostenuto da una frase ossessivamente ripetuta della celesta; uno conclusivo, marziale, risonante di detonazioni belliche.
Per il resto, la proposta musicale è sempre ispirata; nel raccolto tema eponimo spicca la voce partecipata del flauto; “Marcia balcanica” introduce una linea marcatamente regionale, non nella strumentazione ma nella linea melodica. Tale legame, nella prima versione di “Balcani per fuggire” è ulteriormente sottolineato a livello ritmico; è probabilmente “Passaggio a Sud”, con il violino solista e l’accelerando della seconda parte, il momento davvero più “balcanico”. Ai numerosissimi estimatori non manca l’incontro con il Morricone lirico (“Un giorno sarà”); fra i virtuosismi di scrittura, segnaliamo il brano “Suona un bambino” in cui viene incastonata una parafrasi brahmsiana.

Fra i dieci programmi televisivi più visti del 1974, Il commissario De Vincenzi (diretto da Mario Ferrero) non ha avuto in sorte il culto riservato oggi a molti sceneggiati dell’epoca; benissimo fa Rai Trade a valorizzare quantomeno le musiche di Bruno Nicolai in questa eccellente edizione in cd che presenta una scelta dei brani della prima e della seconda (1977) stagione dello sceneggiato interpretato da Paolo Stoppa e ambientato negli anni ’30.
Nicolai, allievo di Petrassi come Morricone, ha avuto proprio con quest’ultimo una fruttuosa collaborazione a cavallo fra gli anni ’60 e ‘70, per lo più nel ruolo del direttore d’orchestra (lo stesso anno del “Commissario”, Nicolai dirige le musiche di Morricone per il Mosè televisivo di De Bosio). Come autore in proprio, la sua attività è legata prettamente ai filoni del cinema italiano (sartana, django, ringo, provvidenza, ma anche qualche erotico e poliziottesco), e questa sua produzione è oggi in pieno revival.
La prima, evidente caratteristica della partitura di Nicolai per lo sceneggiato in questione è il rifiuto del mimetismo storico; nessuna orchestrina, nessun valzer, nessuna canzonetta che possano insinuare nel testo musicale, e in quello audiovisivo in generale, una qualche nostalgia. La scelta è quella di oscillare fra un clima di indecidibilità, di sospensione temporale rotiana (il jazz-giocattolo di “Anni ruggenti”, il temino di “Passeggiate romane”), e un clima morriconiano di suono-affezione (“Delia”, fra i migliori brani di questa selezione, da ascoltare anche in una seconda versione lenta).
A livello di orchestrazioni, Nicolai sciorina una varietà di timbri, con esiti spesso efficacissimi: difficile immaginare l’introversione proverbiale di “Do tragico” con altra formazione che non sia l’ensemble d’archi che la esegue. Talvolta, qualche concessione all’imitazione pura (“Lucrezia” è praticamente un Notturno di Chopin), pare accessoria all’ascoltatore, ma probabilmente non era tale per lo spettatore. Bruno Nicolai è stato un eccellente professionista, e il cd de Il commissario De Vincenzi può essere l’occasione per apprezzarne il solido mestiere.