
Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 un grave incendio investe la linea 5 dello stabilimento ThyssenKrupp di corso Regina Margherita 400, a Torino. Le famiglie, gli amici e i colleghi delle sette vittime raccontano le circostanze drammatiche di quella notte e la loro vita di sopravvissuti.
Recensione
La fabbrica dei tedeschi è il film che è stato scelto insieme a ThyssenKrupp Blues per rendere omaggio nella giornata del 5 settembre alle morti sul lavoro più terribili e più dibattute dell’ultimo anno. A differenza dell’altro documentario, il film di Mimmo Calopresti è stato direttamente ispirato dalla tragedia di Torino, ed è interamente dedicato al racconto della vita delle sette vittime e di quella dei loro familiari, attraverso le cui parole sono ripercorse altrettante vicende umane straziate dall’incidente. Queste voci, nonostante la presenza del regista stesso, sono il cuore del film e il motore del suo svolgimento, come una teoria di drammatici monologhi.
L’11 giugno 2007 Carlo Marrapodi ha ventinove anni e riceve un telegramma della ThyssenKrupp Acciai Speciali Terni che gli annuncia la cassa integrazione e sancisce di fatto la prossima chiusura dello stabilimento torinese dell’azienda, dove Carlo lavora da cinque anni. Inizialmente non è sicuro di poter tornare a Torino dopo le ferie nella natia Calabria, ma da ottobre Carlo ricomincia a lavorare poiché la proprietà decide di smantellare gli impianti e contemporaneamente produrre ancora il più possibile: a causa di tale scelta all’una del mattino di giovedì 6 dicembre 2007 un grave incidente porterà via alcuni amici di Carlo e la situazione degli operai della Thyssen finirà sulle prime pagine di tutto il mondo.
Recensione
Presentato alla 65a Mostra di Venezia come Evento della sezione Orizzonti assieme a La fabbrica dei tedeschi di Mimmo Calopresti, il documentario di Pietro Balla e Monica Repetto si distingue per la totale assenza di messa in scena e per la fatale coincidenza che ha modificato il progetto iniziale degli autori, quello di raccontare la perdita del posto di lavoro da parte di uno degli operai dell’acciaieria Thyssen di Torino, prossima alla chiusura. A scanso di equivoci un cartello apre il film avvertendoci che “Questa storia non è mai stata scritta”, cioè che il corso degli eventi cui hanno assistito il protagonista e le telecamere dei due registi non è stato né preordinato né manipolato in alcun modo. La tragedia del 6 dicembre 2007 è piombata sulle spalle di Carlo Marrapodi (che aveva da poco finito il turno) e ha cambiato la vita di molte altre persone, uccidendone sette.

Intere generazioni di piccoli e piccolissimi messicani conducono una vita durissima. I bambini sono avviati al lavoro fin da tenerissima età. Le loro giornate sono descritte dal regista Eugenio Polgovky, il quale ha seguito in modo puntuale la vita di alcuni ragazzini delle montagne messicane
Recensione
Non v’è alcun dubbio sul fatto che la sezione più interessante di questa 65° edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografia di Venezia sia Orizzonti. I diversi sguardi sul mondo che di volta in volta propongono i vari film e documentari inducono lo spettatore alla riflessione e alla volontà di approfondire questioni di cui raramente si parla.
Prendiamo il caso di Los Herederos. Si tratta di un documentario girato nel 2008 da Eugenio Polgovsky. Novanta minuti intensi, rigorosi, senza respiro. L’autore racconta senza pietismi la vita disperata e industriosa delle popolazioni più povere e sperdute del Messico. Giornate interminabili scandite dalla fatica, dalla sofferenza, e purtroppo dallo sfruttamento. Bambini piccoli, piccolissimi, costretti a lavorare per pochissimo danaro. Raccolgono pomodori, fanno mattoni di fango, pascolano le capre, passano ore e ore cercando di racimolare quel poco che gli serve per sopravvivere. A sera i camion dei “caporali” vomitano esseri umani sfatti, distrutti e sporchissimi, i quali si dirigono poi verso le loro baracche tra le montagne.
Il regista Ross McElwee decide di recarsi con sua moglie e suo figlio in Paraguay per adottare una bambina abbandonata dai genitori. Il cineasta costruisce un diario personale nel quale sono mescolati sentimenti diversi ma anche riflessioni sulla condizione del popolo paraguayano.
Recensione
Uno degli aspetti più interessanti, per i cinéphiles, di festival cinematografici come quelli di Berlino, Cannes e Venezia riguarda la possibilità di dirigere lo sguardo verso cinematografie sconosciute e rare, oppure di entrare in contatto con realtà culturali e luoghi molto lontani. È questa l’opportunità che offre al Lido la sezione Orizzonti, una sorta di ricognizione in un ampio territorio espressivo all’interno del quale si possono rintracciare fattori decisamente stimolanti. Chi scrive, ad esempio, non sa molto del Paraguay. Certo, è un paese del Sud America . E si sa anche che ha dovuto subire una feroce dittatura parafascista per 35 anni. Ma oltre questi elementi, rimane per noi occidentali europei un paese pressoché sconosciuto. Ebbene, Ross McElwee ha realizzato un documentario che in maniera molto precisa e toccante delinea la situazione sociale, culturale ed esistenziale di un popolo e di un’intera nazione.
Nel territorio occupato del Kashmir, il 17enne Dilawar cerca di sopravvivere come può tra piccoli lavoretti e scippi. Il suo sogno è quello di andare via e l’unica possibilità di fuga sembra essere l’incontro con Bani, tornata dopo gli studi in America, che come lui sogna di lasciare il Paese.
Recensione
Conteso tra India e Pakistan, il Kashmir è un territorio di guerriglia in cui il pericolo di bombe e i controlli militari rendono l’aria più pesante del piombo. Per Tariq Tapa (originario di quelle zone ma nato a New York) Zero Bridge è stato un esordio logisticamente e tecnicamente difficile ma il risultato ha premiato la sua tenacia. Girato tra mille difficoltà il film racconta, con asciutto realismo, la lotta quotidiana per la sopravvivenza in un paese in cui la possibilità di un futuro sembra infrangersi, giorno dopo giorno, contro le barricate di un conflitto che toglie respiro e speranza alla gente. Dilawar e Bani sognano di fuggire; il primo perché vorrebbe finalmente una vita che lo porti via dalla violenta convivenza con lo zio e la seconda perché, dopo gli studi in America, ha intravisto la speranza di un’occasione migliore. Ciò che glielo impedisce è il furto del passaporto che proprio Dilawar le ha scippato e, ottenerne un altro, significa scontrarsi con la burocrazia farraginosa e con la famiglia che già ha in serbo per lei un matrimonio combinato.
Un anno nella vita di Valentino Garavani tra sfilate, viaggi e momenti di tenerezza o tensione col compagno di una vita Giancarlo Giammetti. Presentato al Festival di Venezia nella sezione Orizzonti, il film è stato proiettato in occasione di un’esclusiva serata al teatro La Fenice .
Recensione
Il giornalista di Vanity Fair Matt Tyrnauer ha seguito lo stilista Valentino per un anno intero fino al ritiro dalle scene nel 2007. Il risultato è un documentario narrativo dalla tripla anima. In primo luogo si tratta della mise en scène del sodalizio con Giancarlo Giammetti che da uomo d’altri tempi quale è, Valentino definisce “un grande amico” senza bisogno di sottolineare con eccessi da coming out una relazione che da 45 anni non è solo imprenditoriale ma anche personale.
In secondo luogo lo stilista è il punctum attorno al quale gravitano capitali, televisioni, gruppi imprenditoriali in competizione e una folla di sarte, persone di servizio, giornaliste e vip a vario titolo. Infine, il film testimonia del cambiamento ormai da lungo tempo in atto nel mondo della moda, oggi più vicino all’industria che all’arte.