La storia di due sedicenni e della loro amicizia sullo sfondo della periferia londinese. Tomo fugge da Nottingham e non ha né soldi né casa mentre Marek si è trasferito dalla Polonia per seguire il padre operaio. I ragazzi trovano un po’ di conforto l’uno nell’altro e nell’ amore per la bella Maria.
Recensione:
A causa del ritardato arrivo della pellicola, Somers Town è l’ultimo film fuori concorso passato in extremis sugli schermi del Torino Film Festival. Bello e gonfio di malinconia questo nuovo lavoro di Shane Meadows in cui due ragazzi soli e con una vita non facile trovano un po’ di conforto nell’amicizia. Nel ruolo di Tomo ritroviamo Thomas Turgoose, l’ex-bambino che due anni fa fu protagonista di un altro bel film di Meadows, This is England. Un giorno Tomo prende un treno e arriva a Londra con qualche spicciolo in tasca, senza sapere dove dormirà e come potrà occupare il suo tempo. Fugge da Nottingham e tanto basta per convincerlo a trascinare il suo fagotto per le strade della capitale. Ben presto capisce la situazione pericolosa in cui si è cacciato ed è allora che per caso fa conoscenza con Marek. Quest’ultimo è un giovane polacco appena arrivato in Gran Bretagna con il padre che è operaio delle ferrovie.
Oskar è un ragazzino senza amici e per di più è oggetto di bullismo da parte di alcuni compagni di scuola. Nella solitudine della sua cameretta ritaglia e conserva articoli di cronaca nera. La sua collezione si arricchisce quando nella cittadina in cui vive iniziano a verificarsi una serie di omicidi sanguinosi. Contemporaneamente, Oskar fa amicizia con una coetanea appena trasferitasi nel suo condominio e di lì a poco si troverà a realizzare che la sua nuova amica è direttamente implicata nelle misteriose morti ma questo non gli impedirà di innamorarsene.
Recensione
Tratto dal romanzo omonimo di John Ajvide Lindqvist (edito in Italia da Marsilio), Lasciami entrare è una favola di amore e morte per preadolescenti inquieti. Sospesa tra sogno e incubo, questa storia di vampiri non trascura i topos del genere: sangue a fiotti, sortite notturne e romanticismo dannato. Le analogie con il recente teen movie Twilight si riducono a questo e probabilmente l’uscita di due diversi film di vampiri a poca distanza l’uno dall’altro non è sufficiente a costituire un fenomeno. Sta di fatto però che era da tempo che al cinema non facevano capolino queste diafane creature della notte. Ci si chiede quindi se e come si sia evoluto il genere dai tempi in cui a Miriam si sveglia a mezzanotte si attribuiva un sottotesto legato al problema dell’AIDS.
La fabbrica di Stato 420 di Chengdu, specializzata in componenti per l’aeronautica, viene smantellata dopo una ristrutturazione dell’azienda e farà posto a un quartiere residenziale che si chiamerà “24 City”, nome tratto da un verso di una poesia cinese dedicata a una vagheggiata “città del vecchio ibisco”.
Recensione
La Cina di oggi e la Cina di ieri: Jia Zhang-Ke prosegue il suo lavoro di documentazione dei grandi cambiamenti che sta vivendo il suo paese, e lo fa mettendo insieme in 24 City dei racconti filmati con gli stessi testimoni e delle interviste ricostruite grazie all’interpretazione di alcune attrici, il tutto a comporre un affresco che sembrerebbe fedele della vita degli operai cinesi dal dopoguerra ad oggi e delle diverse aspirazioni delle giovani generazioni. Non conoscendo con precisione la cronologia della dismissione della fabbrica e le vicende ad essa connesse è difficile valutare l’aspetto documentario di quest’ultimo film dell’autore del Leone D’oro 2006, Still Life. Ma a volersi fidare del regista è molto facile farsi conquistare dall’intensità e dalla straordinaria efficacia visiva del suo lavoro.
Granz è stato licenziato in seguito a una riduzione di personale che un tribunale ha giudicato immotivata: reintegrato al suo posto viene mobbizzato per diversi anni senza ricevere alcun incarico né alcuna solidarietà da parte di azienda e colleghi. A questa storia principale se ne affiancano altre, in modo frammentario ma ben definito: quella di Stephan Kaufmann pagato per stare appeso almeno otto giorni a un enorme cartellone pubblicitario, stabilendo così un record da guinnes e sponsorizzando un nuovo schermo televisivo; quella di Saskia che si è appena diplomata e partecipa ad alcune selezioni per entrare nel mondo del lavoro; quella di Gunnar che in quel mondo prova a restarci, ed è per questo sottoposto a mille pressioni.
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Focalizzato primariamente sullo smarrimento di chi cerca lavoro oggi e di chi si ritrova ad essere messo da parte dalla propria azienda, Sollbruchstelle è l’opera prima della ventiseienne Eva Stotz, già selezionata nel 2008 tra i giovani talenti ammessi al “Talent Campus” organizzato ogni anno dalla Berlinale. Il documentario, che alterna le interviste ai diversi protagonisti con immagini della città e della campagna tedesca, ricostruisce attraverso alcuni casi particolari quella che è una storia assolutamente universale nei paesi occidentali in questa nostra epoca di ristrutturazione economica.
Dopo 14 anni di intoppi politico-burocratici nella grande area industriale dismessa a Bagnoli prendono il via i lavori per la bonifica ambientale che restituirà all’Italia una costa e un parco riconquistati al cemento e per la riedificazione delle nuove strutture residenziali e commerciali previste dal progetto della Bagnoli Futura S.p.A. (a capitale pubblico), secondo il quale verranno anche conservati sedici manufatti di archeologia industriali. Le prime inaugurazioni, pare, avranno luogo nei primi mesi del 2009. Ma molti anni di lavoro saranno ancora necessari per completare la grande opera…
Recensione
Quest’ultimo anno è stato importante per quanto riguarda il documentario italiano, e in modo particolare per quello dedicato alle trasformazioni e alle nefandezze del mondo del lavoro dei nostri giorni, con la coppia di film sulla tragedia della Thyssen presentati tre mesi fa a Venezia. Il 2008 è stato anche un anno di passione per Napoli e la Campania, tra Gomorra, libro e film, e l’eterno riesplodere dell’emergenza rifiuti. È quindi normale che anche al Torino Film Festival che lo scorso anno ospitò A Biutiful Country, e che è una delle principali vetrine per il documentario nazionale, non manchino le pellicole su questi temi, in particolare, a unire entrambi, l’ultimo lavoro di Vincenzo Marra già autore di due documentari dedicati ai tifosi (Estranei di massa, 2002) e ai giudici napoletani (L’udienza è aperta, 2006).
Nel programma del Torino Film Festival 2008, un percorso trasversale tra due sezioni diverse permette di scoprire il lavoro del regista inglese Terence Davies. Attivo a partire dalla fine degli anni Settanta, Davies rientra con i suoi primi film Terence Davies Trilogy e Distant Voices, Still Lives in quella British Renaissance a cui la kermesse dedica quest’anno una ricca retrospettiva. L’ultimo Of time and the city è invece presentato nella sezione Fuori concorso.
Presentata come un unico lavoro nel 1983 al Festival di Edimburgo, la Trilogia è formata da Children (1976), Madonna and Child (1980, tesi di diploma alla National Film and Television School) e Death and Transfiguration (1983). Filmato interamente in un severo bianco e nero, il trittico racconta le tre fasi della vita di un alter-ego del regista dall’infanzia alla morte. I temi dominanti sono il rapporto con la dolcezza materna e con una religiosità punitiva che indirizza il senso ogni colpa dell’individuo verso la sessualità che finisce per svilupparsi in modo morboso e sofferto. La vita dell’uomo viene narrata come una lunga sequela di dolori: dalle vessazioni dei compagni di scuola, alla solitudine della vita adulta che culmina con la perdita dall’amata madre, fino alla vecchiaia passata nello squallore di un’ospizio.
Nella settimana tematica dedicata all’approfondimento sui sistemi politici il giovane professore Rainer Wenger avrebbe voluto tenere il corso sull’Anarchia, soffiatogli però da un collega. Rainer, come lo chiamano i suoi allievi, decide allora di tramutarsi in Heil Wenger e di proporre ai liceali che vorranno seguire il suo laboratorio un esperimento sui regimi autocratici che presto gli sfuggirà di mano, coinvolgendo i giovani di tutta la città…
Recensione
Ispirato a un’iniziativa realmente presa dal professor Ron Jones del liceo Cubberley di Palo Alto nel 1967, il film più chiacchierato dell’ultima stagione cinematografica tedesca approda in concorso al 26° Torino Film Festival e si intreccia con l’omonimo movimento studentesco che sta caratterizzando questo caldo autunno-inverno 2008 italiano. Ma si tratta di un’omonimia alquanto casuale. Anche rispetto al caso di cronaca cui la pellicola si ispira L’onda mantiene una certa distanza, avendo come intento principale quello di chiedersi se potrebbe ripetersi tra i ragazzi di oggi quanto accaduto quarant’anni fa, che a sua volta era una sorta di simulazione di quello che può portare al sorgere di un regime autoritario. Perciò la vicenda è trasposta nella Germania dei nostri giorni e la pellicola è in fondo un film a tesi, che gioca (un po’ come lo strambo Freischwimmer visto a Venezia 2007) col linguaggio e con i luoghi comuni del genere college movie elevandosi a stento al di sopra della media di tali prodotti per la forza del discorso politico che vuole proporre.
Durante la dittatura del Colonnello Pinochet (dovremmo essere nel 1978) la trasmissione domenicale “Festival”, programma di punta della televisione nazionale cilena, lancia ogni settimana un concorso per sosia con un ambito premio in denaro. Dopo gli imitatori di Chuck Norris toccherà a quelli di John Travolta in versione Tony Manero e Raúl, ballerino semiprofessionista in una scalcagnata trattoria con spettacoli dal vivo, si convince che questa sia la più grande occasione della sua vita.
Recensione
Dopo il successo alla Quinzaine des Réalisateurs, Tony Manero è stato selezionato per il Concorso del 26° Torino Film Festival, lo ha vinto, ed è il candidato cileno all’Oscar come miglior film straniero. La pellicola è stata realizzata con il supporto dell’Hubert Bals Fund di Rotterdam e del progetto Cine en construction promosso da San Sebastian: festival che promuovono altri film da festival, ma una volta tanto non si tratta di un lavoro eccessivamente autoreferenziale. L’opera seconda di Pablo Larrain, dopo il già festivaliero Fuga (2006), ha il merito di raccontare con proprietà di linguaggio filmico una storia che non lascia indifferenti.
Night and day segue l’avvicendarsi dei giorni di un pittore coreano a Parigi, senza lavoro e in preda alla nostalgia della moglie rimasta a Seul, l’uomo vaga per la città. Presto, però farà alcuni incontri e comincerà a frequentare altre donne senza però scordare la moglie lontana.
Recensione:
Dopo essere passato in concorso alla scorsa Berlinale, Night and day del coreano Hong Sangsoo viene presentato al Torino Film Festival nella sezione fuori concorso. Il film si apre sull’immagine di un uomo che fuma una sigaretta nell’area fumatori di un aereoporto in compagnia di un passante mentre una voce fuori campo narra brevemente l’antefatto. Sung-nam è pittore e dopo essersi ubriacato e aver fumato con un turista americano si trova oggetto di una denuncia per possesso di marijuana. Per sfuggire alla polizia coreana l’uomo è partito per Parigi. Inizia così per lo sfaccendato pittore, un’avventura un po’ casuale e bizzarra che Night and day segue giorno dopo giorno per quasi due mesi.
Jin è un artigiano che intaglia timbri, Ran realizza a mano abiti di alta moda. Quando Jin viene lasciato dalla sua ragazza, di cui è ancora molto innamorato, Ran lascia il suo fidanzato. Tra i due protagonisti si instaura all’improvviso un misterioso quanto inscindibile legame che sconvolgerà le loro vite.
Recensione
Potrebbe a pieno titolo dirsi lynchiano questo nuovo film di Kim Ki-duk, presentato in anteprima nazionale al 26° Torino Film Festival. O almeno lo sono la situazione di partenza e tutta la prima parte: nelle prime sequenze vediamo infatti un ragazzo che guida a forte velocità, di notte, su di una strada urbana, e non sembra sapere cosa sta facendo, forse segue una macchina. Ma un altro veicolo gli si para d’innanzi a un incrocio, l’impatto è inevitabile. Smarrito, il ragazzo fugge e, improvvisamente, si risveglia nel proprio letto, a casa, una situazione che gli pare subito molto più irreale del presunto sogno. E infatti, andando a controllare quell’angolo di strada, polizia e soccorritori stanno proprio portando in ospedale il guidatore ferito. Ma se Jin stava dormendo nel suo letto, e la sua macchina non porta i segni di alcun danneggiamento, chi è stato a provocare l’incidente?