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Nata in Marocco dove è stata educata come ebrea tradizionalista, studente in Francia e trasferitasi in Israele nel 1966, Simone Bitton ha combattuto nel 1973 durante la guerra Kippur. Dopo avere visto gli orrori del conflitto arabo israeliano è diventata pacifista e - ventenne - ha girato l'Europa in autostop come una hippy stabilendosi - alla fine - a Parigi dove è entrata alla Scuola di Cinema IDHEC.
Da allora ha iniziato a vivere e lavorare tra la capitale francese Gerusalemme diventando una documentarista apprezzata a livello internazionale. Il muro, presentato a Cannes e al Sundance di Robert Redford è stato premiato come miglior film al Festival di Pesaro.
Intenso e doloroso, il documentario della Bitton è incentrato sulla lunga barriera eretta dal governo Sharon con l'intento di impedire gli attentati terroristici: una riflessione cinematografica sul conflitto israeliano-palestinese in cui la regista sfuma i confini dell'odio affermando la sua doppia identità di ebrea e di araba. Con un approccio documentaristico, il film parla della barriera che sta distruggendo uno dei paesaggi storicamente più significativi al mondo, una vera e propria rovina dell'ecosistema che, allo stesso tempo, imprigiona un popolo e ne cinge un altro. Per una lunghezza prevista di 640 chilometri, il Muro consiste di una base di cemento di circa tre metri, sormontata da una sovrastruttura di altri cinque metri, una sorta di rete. Ma in altre parti, come quella che circonda Qalqilya, "la cosa" è una parete di cemento alta otto metri, completata da massicce torri di guardia, che isola completamente la cittadina palestinese sia da Israele, sia soprattutto dal resto della Cisgiordania. Il progetto non segue la linea verde riconosciuta dalle Nazioni Unite prima della guerra del 1967 (quando Israele occupò la Cisgiordania e la parte orientale di Gerusalemme), ma si addentra, a serpente, nei territori palestinesi, per lasciare fuori le decine e decine di insediamenti israeliani. Per questo sono stati confiscati centinaia di ettari di territorio palestinese, spesso unica risorsa agricola e quindi economica della popolazione.
Qual è stata la genesi di questo film?
Ho voluto filmare la nascita di questo Muro nel momento in cui da semplice idea che aveva riscosso il consenso della popolazione si stava trasformando in realtà. Volevo esplorare le reazioni della gente nell'esatto istante in cui questa idea stava prendendo forma dinanzi agli occhi dei due popoli, trasformando la geografia quotidiana. Il mio intento era quello di seguire i lavori di costruzione del muro e incontrare le persone lungo i cantieri.
Le reazioni che si vedono nel film sono tutte negative
E sono le uniche che ho avuto, non ne ho tagliata nessuna favorevole: d'altronde qualsiasi essere umano dotato di raziocinio non può che rendersi conto che si tratta di una cosa folle, oscena che farà solo del male. Un muro da abbattere, non da costruire, perché non serve a nulla. Chiunque abbia visto crescere questa barriera, anche quelli che hanno votato per l'attuale governo, si sono resi conto del danno che questo 'mostro' sta facendo ad Israele e al processo di pace
Nel documentario il colone che viene dal Kibbutz fa un paragone tra l'erezione del muro e la storia degli ebrei da sempre separati dai gentili dalle mura dei ghetti europei
Noi non siamo una pagina bianca e gli israeliani, in particolare, conservano una grande memoria storica. Anche io sono rimasta choccata durante quella dichiarazione: l'unica maniera che noi conosciamo per risolvere i problemi è quella di separarci dagli altri. Il muro è il sintomo di una malattia. Una malattia israeliana Ho tremato quando ho sentito dire queste parole, perché sono vere e io stessa non avrei avuto il coraggio di pronunciarle E' una riflessione terribile e io gli sono grata per quello che ha detto, perché è una tesi che è mancata al nostro dibattito.
E' possibile, invece, un paragone con il muro di Berlino?
L'associazione visiva è immediata, ma la differenza principale sta nel fatto che da entrambi i lati di questo muro c'è lo stesso esercito. Non le stesse persone. Da un lato ci sono io che, per il momento, posso fare - non so ancora quanto a lungo - questo tipo di film. Dall'altro ci sono i miei colleghi cineasti palestinesi e le registe che questo cinema non lo possono più già fare. Una tragedia nella tragedia. Se - come dice Godard: "Il cinema è un territorio inesplorato" noi filmakers israeliani e palestinesi siamo una tribù. La stessa tribù. Questo non significa che dobbiamo fare insieme i nostri film. Il lavoro di un cineasta è molto solitario. Soltanto che tutti quanti noi abbiamo l'obbligo di vedere e conoscere i film degli altri.
Il muro termina con i palestinesi che passano da un lato all'altro della barriera scavalcando o strisciando. Un'immagine di 'speranza' che ricorda moltissimo le sequenze in bianco e nero dei bambini ebrei che passavano sotto le mura del ghetto di Varsavia
La sua è un'associazione personale che appartiene alla sua storia di individuo. La mia, invece, è diversa. C'è quella signora palestinese che tocca il muro con la mano. Un gesto che mi ricorda mia madre quando l'accompagnavo a pregare al Muro del Pianto di Gerusalemme. Un luogo distante solo due chilometri da dove io ho realizzato il mio film. Per me, quel gesto ha qualcosa di sacro. Ogni spettatore può trovare il suo spazio emotivo e il suo posto in questo film, perché il muro è un'idea planetaria e - sfortunatamente - temo possa diventare dominante il ventunesimo secolo con il rifiuto dell'incontro tra i popoli, del forte che si difende dal debole. Il ventunesimo secolo potrebbe diventare quello della chiusura
Dal punto di vista politico come ha preso l'elezione di Abu Mazen?
Sono fiduciosa, ma non credo che cambino molto le cose. Sono gli occupanti a doversi ritirare. Non gli occupati che possono solo piangere e difendersi in maniera più o meno cruenta. Bisogna avere la decenza di ammetterlo: qualsiasi cambiamento potrà arrivare soltanto attraverso le scelte degli israeliani e non dei palestinesi.
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