Yorkshire del sud, 1995. E’ il momento della privatizzazione delle Ferrovie Britanniche e un gruppo di operai si trova a fronteggiare le nuove direttive di lavoro. Ma quello che sembrava solo un normale cambiamento li metterà, invece, di fronte ad una scelta radicale: o tentare la sorte con l’indennità speciale per esubero del personale e affidarsi ad un’agenzia privata oppure lavorare per la nuova compagnia ed essere costretti ad accettare le nuove regole.
Recensione:
Il grido smorzato di Loach
Lo sceneggiatore del film, Rob Dawber,(deceduto nel febbraio del 2001 a causa di un cancro provocato dall’amianto delle ferrovie) aveva lavorato per 18 anni per la British Rail di Sheffiel e, come sindacalista, si era occupato del processo di privatizzazione.
La storia che Loach porta sullo schermo si ispira così alle lotte della metà degli anni Novanta che i ferrovieri inglesi sostennero per salvare il posto di lavoro e per salvaguardarne sia il sistema, sia la sicurezza.
L’universo operaio raccontato dal regista britannico si fa ancora una volta denuncia ma la rabbia, in questo caso, sembra smorzata da una sorta di grigia rassegnazione, da una volontà di lotta destinata, inevitabilmente, ad infrangersi contro le regole del nuovo.
Loach presenta i suoi personaggi con una una serie di tratti, identificando con pochi elementi (le relazioni fallite, le amicizie perdute, l’amarezza della solitudine…) l’andamento della loro esistenza. Non lascia spazio alla passione, né all’urlo ma riduce all’essenziale la tragedia personale di un gruppo di uomini sgomenti dall’incertezza del loro futuro. Nel mercato del lavoro, la salvezza di quest’ultimo può essere pagata anche a costo della vita e la solidarietà si trasforma spesso in un lusso che pochi possono concedersi.
The Navigators è un film di scarno realismo dove si sacrifica il coinvolgimento emotivo a favore di una più profonda riflessione. E’ un Loach apparentemente meno rabbioso ma non meno onesto e che vogliamo pensare mai, fino in fondo, rassegnato…
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