Francia 1600. Il paese è ridotto alla fame, mentre l'arrogante sovrano Luigi XIV (Leonardo Di Caprio) vive nel lusso più sfrenato. Sono ormai passati molti anni da quando i leggendari Moschettieri, Athos (John Malkovich), Porthos (Gérard Depardieu), Aramis (Jeremy Irons) e d'Artagnan (Gabriel Byrne) difendevano le sorti della patria. Solo d'Artagnan è ancora al servizio del Re e vigila sulla sua sicurezza. Ma i prodi Moschettieri, dopo tanto tempo, ritorneranno insieme per affrontare una pericolosa missione: liberare un misterioso personaggio rinchiuso da anni nei sotterranei della Bastiglia e scoprire la sua identità. Sarà per loro anche l'occasione di riscoprire se stessi.
Recensione:
Tutti per Leo…Leo per tutti
Randall Wallace, già sceneggiatore di Braveheart per cui ottenne una nomination all'Oscar, esordisce nella regia cimentandosi con una dei romanzi più celebri di Alexandre Dumas. Se i suoi storici predecessori (Allan Dwan nel 1929 e James Whale nel 1939) puntarono sul gusto dell'avventura e sulle prodezze dei Moschettieri, La maschera di ferro di Wallace è soprattutto un "fumettone storico" che celebra il fascino e la sensualità dell'ormai osannato Leonardo Di Caprio, in versione "doppia", per la gioia di tutte le fans.
Tra costumi sfarzosi e splendide dimore si intrecciano i destini dei Moschettieri quasi in disarmo, il perfido Re e il suo gemello buono Filippo. Ma la fine ricerca estetica del film non basta a rinverdire i fasti di un classico di cappa e spada.
Tra i Moschettieri, il più gradevole e credibile è proprio Gérard Depardieu, a suo agio in qualsivoglia veste, che fa di Porthos una simpatica canaglia, in netto contrasto con i suoi compagni d'avventura, dal saggio Athos, al mistico Aramis, all'energico D'Artagnan di cui John Malkovich, Jeremy Irons e Garbriel Byrne tracciano fisionomie superficiali e mai realmente seducenti. Pur rispettando i canoni dell'intreccio amoroso e del trionfo del buono, ciò che manca al film di Wallace è proprio il fascino dell'avventura, il senso dell'intrigo e del mistero delle pagine di Dumas.
Certamente Di Caprio non è Douglas Fairbanks e probabilmente i registi di oggi si servono di altre chiavi di lettura per avvicinarsi ai classici, eppure questo film ha il sapore di un'occasione mancata, di un affresco meramente estetico per una storia che si prestava a più affascinanti interpretazioni e ad una regia più accurata e fantasiosa.
Leonardo Di Caprio nel suo doppio ruolo di Luigi e Filippo rende più seducente la perfidia del primo che non lo smarrimento del secondo, e si ha come l'impressione che il giovane attore, che ha dato prova in passato di straordinario talento (come dimenticare il suo Arnie in Buon Compleanno Mr. Grape ?) si stia quasi alleggerendo di ogni sforzo interpretativo in virtù della sua indubbia presenza scenica. Tutti per Leo dunque, in un tripudio di lusso e bellezza, quasi dimentichi del dramma di un uomo (Filippo) e di un paese (la Francia).
Se avete dimenticato qualche lezione di storia e sbiadito i classici nella memoria, sorvolerete sulle incongruenze e sul finale agiografico del film.
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