Recensione:
Così ridevano
Sei momenti (poco importanti) dal 1958 al 1964 per raccontare il rapporto protettivo-ossessivo di due fratelli siciliani emigrati a Torino e le trasformazioni dell'Italia del boom economico.
Amelio, unico cineasta "morale", cambia completamente stile e struttura narrativa, lasciando volutamente spazi sospesi e racconta disillusioni e sconfitte come un confronto chiuso a due, racchiudendo ansie e dolori del rapporto in insistiti primi piani. E' come se il protagonista de Lamerica, sceso dal bastimento, avesse ricominciato da zero, senza aver perso la memoria ed iniziato un viaggio in un paese che cominciava allora a trasformarsi irreversibilmente nell'amorale società del benessere.
Così ridevano rende visibile la fatica del lavoro, le amarezze delle sconfitte, le false utopie del riscatto culturale, la vergogna dell'analfabetismo, l'inevitabilità distruttiva dei legami di sangue. I libri pagati 1200 lire diventano così un sostegno illusorio cui appoggiarsi nell'inghiottire il sapore amaro della pioggia e pareggiano i conti con i crimini ed i lavori più umili subiti senza resistenza.
Amelio, riconciliato con il proprio passato, osserva con amarezza lo smembramento di un Paese, che non ha la forza di guardare negli occhi e cresce senza "essere intelligente", senza pagare colpe e preferisce lasciare scorrere il tempo, comprando licenze elementari, acquistando autoveicoli senza necessità, riempendo in silenzio e con definizioni errate i cruciverba della "Settimana enigmistica".
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