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Della vita dell’eccentrico miliardario Howard Hughes, rampollo di una ricchissima dinastia di petrolieri texani, industriale, produttore, regista, progettista e aviatore vengono narrati gli anni più avventurosi, quelli tra il 1939 e il 1947 prima che le sue paranoie (aveva paura dei germi) lo costringessero ad un isolamento claustrofobico. Sono gli anni d’oro di Hollywood, e Howard ha relazioni con le dive più belle e famose dell’epoca, particolarmente intense con Katherine Hepburn ed Ava Gardner, sullo sfondo del Club Coconut Grove e del Grauman Chinese Theater di Los Angeles.
Recensione:
È il momento delle biografie: dopo la corretta filologìa di Ray, tocca ad una figura mitica della storia del capitalismo americano, l'eclettico ed eccentrico Howard Hugues. Talento e follia, genio e sregolatezza, su questo classico binomio Scorsese lascia viaggiare il suo lungo racconto che inizia con un rapido accenno, vagamente freudiano, alla genesi infantile della futura ossessione del piccolo Howard, per poi seguirlo nei suoi amori, nelle sue passioni sfrenate, gli entusiasmi insensati, l’inquietante preveggenza, la progressiva tenebra psichica.
Figura leggendaria ed emblematica di un’intera epoca, a cavallo della guerra, capitalista nel senso più corsaiolo del termine, playboy ed artista perennemente incompiuto, Hugues diviene metafora dell’eccesso, dello straripare dell’esistenza oltre il bordo della normalità e del buon senso, dello sconfinamento tra intuizione e provocazione, tra genio e follìa, appunto. Con tali presupposti, però, da Scorsese ci si poteva aspettare di più, uno sguardo maggiormente visionario, una maggior empatia con il proprio protagonista, uno sbandamento verso l’ambiguità, verso territori meno battuti.
Scorsese, invece, non si abbandona alla visione, ma si accontenta di raccontare, benissimo ovviamente, realizzando un ottimo film, infinitamente migliore del brutto Gangs of New York, ma non ha il coraggio di guardare oltre, si ferma sulla soglia del delirio, ed il personaggio resta tale, ben delineato ed ottimamente intrpretato da un Di Caprio per cui età e bravura sembrano direttamente proporzionali, ma senza sfruttarne tutte le potenzialità metaforiche di fascino ed ambiguità. Così l’indubbia eleganza formale della regìa appare lievemente didascalica, ma impreziosita da cromatismi innaturali che costituiscono l’unica nota di bizzarìa visiva della pellicola.
L’ottima fotografia di Richardson sottolinea il fluire avvincente della sceneggiatura con tinte sature e colori iperreali, e le eccellenti interpretazioni di tutti i protagonisti (menzione speciale per Di Caprio e Cate Blanchett) fanno sì che la narrazione scorra senza cadute di tensione. Ciò che sembra mancare è proprio quel tocco in più cui Scorsese ci aveva abituati, quasi che la statura leggendaria del protagonista abbia intimorito il regista e, per parafrasare una celebre battuta della Hepburn, nel film ci sia troppo Howard Hugues e troppo poco Scorsese.
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