Moise è un sedicenne ebreo che vive nella Parigi degli anni Sessanta. Sua madre se è andata quando era piccolo e suo padre l'ha cresciuto in una casa tetra e privi di gioia. Nonostante ciò il ragazzo è determinato ad essere sereno e felice. Dopo avere rotto il suo porcellino per pagare una prostituta, il ragazzo sente di essere cambiato. Andando ogni giorno a fare la spesa al negozio davanti casa, fa amicizia con il signore 'arabo' che lo gestisce. L'uomo, in realtà un turco, aiuta pian piano 'Momo' come viene ribattezzato a superare tutti gli scogli dell'adolescenza. Infondendogli serenità attraverso quella saggezza maturata nel corso degli anni dalla lettura del Corano.
Recensione:
Il libro del destino
La ricostruzione della Parigi degli anni Sessanta, il cameo di Isabelle Adjani nel ruolo di una stella della Nouvelle Vague, la musica pop, la voglia di vivere, i desideri lascivi di un adolescente in preda ad una tempesta ormonale, la simpatica saggezza di un Omar Sharif più bravo a recitare oggi che in passato, sono soltanto alcune delle gemme offerte da questo film intenso e leggero, drammatico e divertente rovinato almeno in parte, però, da un finale insulso e prevedibile.
Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano è un divertito film sulla formazione e sui primi passi di un adolescente verso la vita. Una pellicola incentrata sulla conoscenza tra un anziano musulmano ed un giovane ebreo che pur senza enfatizzare l’aspetto religioso, punta a mostrare come l’affetto paterno non guardi né alla fede, né alla paternità biologica. Il rapporto tra due esseri umani è come è, nel Bene o nel Male e funziona soprattutto se è in relazione con una dimensione interiore resa perfettamente da Ibrahim che guarda al suo Corano come fonte permanente di saggezza, conoscenza e pulizia spirituale.
Un film incentrato su un viaggio che segna soprattutto la crescita interiore di un ragazzo in credito con la vita per avere ricevuto pochissimo affetto e ancor meno fortuna; con un padre emotivamente assente, spiritualmente distante, emblema perfetto se non addirittura vittima di quell’incompetenza affettiva che molti uomini diventati genitori per caso sentono di portarsi dietro. Tutt’altro che perfetto e talora schematico se non drammaticamente prevedibile nella sua incapacità di accettare il lieto fine come una possibilità, il film trova la sua forza, nonché i suoi momenti migliori nella luce che illumina l’anima degli interpreti, nella ricostruzione emotiva di un’epoca e delle speranze di una generazione, ma – soprattutto – nella disarmante bellezza di un rapporto di amicizia ed affetto spontanei tra un padre senza figli e un figlio senza padre entrambi in fuga dalla solitudine e dalla follia di una vita senza amore.
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