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Anni Sessanta. La famiglia Abagnale viene travolta dai debiti del negozio del padre, la madre divorzia e il figlio liceale decide di riscattare la sfiga di famiglia, dimostrando a tutti che è un vincente. Certo che le risorse sono scarse, e allora il giovane Frank si industria per procurarsele frodando. Le cose + semplici, in epoca pre-elettronica, sono legate alla manipolazione della carta: gli stipendi sono pagati con gli assegni, e Frank si procura un distintivo e una divisa da pilota, impara un po' di tecniche e gergo delle divise blu, si sposta da un posto all'altro, e in breve tempo intasca più di un milione di dollari che nessuno ha versato. I bidoni sembrano riuscirgli bene, ed eccolo trasformarsi in un medico primario, poi in un avvocato (che sostiene addirittura l'esame di abilitazione), poi nuovamente in pilota. Ma l'fbi è nelle sue tracce, il solitario agente Hanratty lo pedina e lo segue ovunque, finché, in Francia riesce ad acciuffarlo e, dopo un periodo di detenzione, a proporgli un posto di lavoro addirittura presso la struttura di controllo che ha più volte ingannato.
Recensione:
Una commedia apparentemente semplice che fonda invece molti sottogeneri, come è tipico delle operazioni spielberghiane. Frank Abagnale è innanzitutto uno zelig che capisce i meccanismi dello spettacolo e dei rituali del lavoro, tanto da appropriarsene recitando, e bene, una parte nell'erigenda società delle forme e dei riti. E diversi brani, come un attacco di Sinatra su DiCaprio divo osannato dalle hostess, emulano già una finzione che fa parte del gioco dell'immagine: insomma la metafora dell'attore orma è un'esigenza di cui gli anni sessanta si sono appropriati nelle professioni della media borghesia, almeno in quelle più esposte.
Ma il protagonista non solo è un attore ma anche ladro e falsario. Il cinema americano ha in genere affrontato l'argomento più sul versante "arte del gioco" (specialmente d'azzardo) che su quello dell'inseguimento, che diventava un accessorio del confronto tra le parti che si contendono un bottino (vedi: La stangata di G.R. Hill, e in generale i film di David Mamet che estende l'argomento truffa oltre il gioco propriamente detto). Molto cinema degli anni sessanta/settanta verte attorno all'organizzazione di grandi rapine, all'interno delle quali emergeva l'aspetto della falsificazione di denaro e simulazione dei dispositivi e strumenti da scassinare, o necessari per ingannare quelli propri. In quel caso la fuga e le indagini erano conseguenze dell'evento principale, ma c'era poco road-movie. Forse Hitchcock, con Intrigo internazionale, dove c'è il gioco dell'inseguimento, del falso e del road-movie è un po' il capostipite di un filone che si sarebbe sviluppato più che altro in versione avventura esotica e servizi segreti iper-appariscenti (da 007 a Indiana Jones) rispetto a quella della quotidianità truccata e più confusa con la realtà comune. Ma anche alcuni noir del passato, come Le catene della colpa di Jacques Tourneur componevano un po' tutte le tematiche del falso, della fuga e del rischio qui toccate. Filoni un po' minori, e soffocati dal genere portante. Nel cinema del nuovo millennio, Spielberg e De Palma (Femme fatale), compiono un'operazione tra loro simile, il primo nei meandri della commedia, il secondo riciclando più il noir, l'action-movie e certi elementi del fantastico, entrambi recuperando i frammenti di un collage che si perde nella storia del cinema americano, almeno di quello del dopoguerra.
Prova a prendermi, film girato in fretta e con "amici" (che però hanno i nomi di Janusz Kaminski alla fotografia, John Williams alla colonna sonora e un bel po' di attori culto), e apparentemente un progetto di profilo più basso rispetto a precedente Minoriry Report, ma, forse per la sua progettualità meno studiata e sovraccarica, svela il volto più divertito e spontaneo del regista, e il suo talento di giocare continuamente con il puzzle del cinema di genere e di consumo.
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