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Vincenzo Buonavolontà fa il manutentore in una gigantesca acciaieria italiana. Un giorno arrivano dei cinesi che comprano l’intero impianto per trasferirlo nel loro paese.
Vincenzo sa che questo impianto ha un difetto grave, che però può essere corretto. Dopo qualche tempo decide così di recarsi in Cina per vendere ai nuovi proprietari la centralina che dovrebbe risolvere i problemi di produzione. Per lui sarà un viaggio in un mondo totalmente sconosciuto in compagnia di Liu Hua, la sua interprete.
Recensione:
Perdersi in un altro mondo
Storia di uno smarrimento interiore, dello straniamento di un animo, della perdita delle certezze e delle radici. In un periodo in cui non si fa che parlare di radici, appunto, di legami con la terra e le tradizioni, di modelli esistenziali perfetti, Gianni Amelio racconta una vicenda esemplare di distacco, di annullamento di sé, di razionale allontanamento dalle catene delle abitudini e delle cose che si conoscono. Tuffarsi nel mare incomprensibile di una Cina gigantesca e confusa, è per Vincenzo una sorta di operazione catartica che lo porterà a guardare il mondo con altri occhi.
La stella che non c’è ha il dono della semplicità narrativa e della purezza formale. Il racconto è limpido, ben scandito; le immagini sono costruite senza particolari connotazioni di tipo estetizzante. Ogni inquadratura del film è uno sguardo del protagonista su universo sociale che, solo inizialmente, non riesce a comprendere. Insieme a Vincenzo anche lo spettatore si lascia trasportare in questo viaggio intenso e misterioso che costringerà il protagonista a leggersi dentro, ad accettare ciò che sembra essere così lontano da lui.
Amelio è regista raffinato e estremamente sensibile. Dosa con notevole abilità ogni emozione, ogni sussulto dell’animo, evidenziando le piccole chiusure psicologiche del personaggio principale e l’elegante e solida dignità della sua giovane e delicata compagna di viaggio. Insieme a Vincenzo, dunque, si scopre la Cina: la sua complessità, il suo cibo, la sua gente così diversa da noi, inaspettatamente ospitale. Amelio sottrae, toglie; sposta la macchina da presa con grande attenzione e leggerezza. Esplora con l’obiettivo una realtà estranea e cerca di comunicare lo stupore contenuto di Vincenzo.
Nella scelta del manutentore che cerca la fabbrica cinese a cui dovrebbe consegnare una centralina c’è qualcosa di folle ma anche di terapeutico. Perdersi nel nulla di un paese sconosciuto e ostico per recuperare il senso di un’esistenza mediocre, triste, senza più luce. Certo, Amelio non ha inventato nulla di nuovo dal punto di vista contenutistico, ma in un periodo in cui il cinema internazionale sembra ossessionato dall’azione e dal politicamente corretto, la storia di un individuo che, inerme, affronta una cultura diversa dalla sua è di straordinaria portata.
Viaggio, incontro, conoscenza: Amelio delinea la strada per capire se stessi e la vita di oggi, ma lo fa non da demiurgo. Anzi, il suo è un film umile, nel senso più nobile della parola. Sergio Castellitto fornisce una prova di recitazione senza dubbio più che positiva ma la vera sorpresa è la fragile Tai Ling. Il suo volto è l’essenza del film, ci pone con dolcezza di fronte alla nostra ignoranza e arroganza di occidentali che credono di sapere ogni cosa, aprendo la nostra mente a nuove visioni, all’idea di una realtà alternativa. Infine, una doverosa citazione per Luca Bigazzi, il quale firma una fotografia perfettamente armonizzata allo spirito stilitico-espressivo voluto da Amelio.
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