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In un villaggio del Marocco due fratellini giocano con un fucile. Parte uno sparo. Una coppia di turisti americani è in viaggio nel deserto. Lei viene ferita da un colpo arrivato attraverso il finestrino. A casa loro i bambini sono con la baby sitter messicana che li porterà oltreconfine per un matrimonio. In Giappone il proprietario del fucile ha una figlia sordomuta che non si rassegna al suicidio della madre. Un intreccio di vite e di dolori in tre continenti.
Recensione:
Le voci umane
Grande fu la sfida dell’umano lanciata al divino: raggiungerlo con una torre innalzata fino al cielo. Nel celebre episodio della Genesi gli uomini vengono così puniti per la loro arroganza e gettati nel caos di una molteplicità di lingue che rendono impossibile la comunicazione. Iñàrritu mutua il titolo del suo film (vincitore a Cannes del premio alla regia) dalla incomprensione tra gli uomini che può convertirsi in tragedia laddove la separatezza si fa abisso profondo ed incolmabile.
“Quando non c’è niente da ascoltare, non c’è niente da capire e se cessiamo di capire la nostra lingua finirà per dividerci” , spiega il regista, che con questo film torna a collaborare per la terza volta (dopo Amores Perros e 21 grammi) con lo sceneggiatore Guillermo Arriaga. Un sodalizio felice e per certi versi geniale che dimostra, in un film fondato sulla separazione, come la reciproca comprensione e sintonia possano invece produrre risultati emozionanti.
Mantenendosi fedele alla struttura narrativa “ad incastro” Arriaga costruisce un mosaico di straordinaria e crudele bellezza e dall’esplosione di uno sparo, accidentale quanto fatale, irradia una serie di conseguenze che ci condurranno in un viaggio, doloroso e complesso, dal Marocco al Giappone. Declinandosi nelle differenti lingue (“salvate” dall’uso, stavolta irrinuciabile, del sottotitolo) la vita, nei diversi angoli del mondo, appare in tutta la sua straordinaria varietà che racchiude dolori e valori, sentimenti e sogni, irresponsabilità e violenze.
Da un’azione svolta nel deserto si scatena una sorta di “effetto domino” che rimbalza da una parte all’alta del globo scoprendo, via via, l’anima dei personaggi (grazie anche ad un cast eccellente) che qui si fanno, più universalmente, simboli di quell’inquietudine e quella sofferenza, più o meno sottese, inevitabilmente spalmate sul mondo. In un puzzle di grande impatto emotivo, Iñàrritu incastra perfettamente le tessere, non pescandole mai a caso ma scegliendo con cura tra una serie infinita di possibilità narrative.
Racconta così una manciata di storie senza aver la pretesa né la presunzione del definitivo ma, al contrario, dimostrando come, ovunque, in ogni luogo e in ogni lingua, si possa cogliere l’opportunità di trovare un senso, o ancor meglio, una sensazione da condividere, qualunque sia l’idioma con il quale ci esprimiamo. In una sorta di invisibile circolarità - che qui non sembra nemmeno essere destino, quanto l’inevitabilità dell’esistere - il dolore è l’esperanto, è quel senso/sensazione che tutti siamo in grado di comprendere.
A sostegno di una narrazione complessa che annoda i fili degli eventi, la regia di Iñàrritu è, anche in questo film, espressione estetica ed emotiva. Inquadrature perfette, incastri di immagini e di suoni e una fotografia che illumina le scene dosando “emozionalmente” la luce. Silenzio e musica si fondono con gli echi strazianti della sofferenza e – laddove è concessa – con la muta attesa della speranza. Babel è un film folgorante, che ti afferra alla gola e allo stomaco e costringe, non solo a guardare ma soprattutto ad ascoltare. Tutto. Dalla lingua che non ci appartiene al silenzioso gesticolare della giovane giapponese. Un’esperienza profonda che va oltre il film e resta appuntata dentro se si riesce a fare quello che, in molti casi è uno sforzo: capire.
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