Non è un paese per vecchi

pubblicato: domenica 24 febbraio 2008 da Giovanni Romani in: prime visioni

non-e-un-paese-per-vecchiTexas, anni ’80: l’avventura di un uomo che, durante una battuta di caccia lungo il Rio Grande, incappa per caso sulla scena di uno scambio di droga andato storto dove sono stati abbandonati alcuni cadaveri, un quantitativo di eroina e soprattutto una valigia con un’ingente somma di denaro. L’uomo decide di prendere con sé la borsa con il prezioso contenuto e inizia la sua fuga disperata per eludere la caccia all’uomo messa in atto da un assassino psicopatico, da un ex agente delle forze speciali assoldato da un potente cartello di narcotrafficanti, e da un anziano sceriffo disilluso dalla vita.

Recensione:

È giusto valutare un film, oltre che sotto il profilo oggettivo della qualità, anche sotto quello soggettivo, considerando cioè la persona dell’autore? Mi spiego: se Non è un paese per vecchi fosse stato diretto da Pinco Pallo il giudizio sarrebbe stato entusiastico. Ma poiché l’hanno realizzato gli autori di Blood Simple, Crocevia della morte e Fargo, forse era lecito attendersi qualcosa in più.

Gli ineffabili fratelli adattano la malinconica materia del romanzo di Cormac McCarthy (che dopo anni di libri splendidi ed ignorati ha deciso di fare un sacco di soldi con quest’adattamento cinematografico e con il prossimo dal recente La strada) con filologica passione, ma senza filtrarla attraverso le loro bizzarie visive, le geniali intuizioni formali, il surrealismo estetizzante, lo humour disarmante.

Gli autori affidano l’elegia di un West che non c’è più alla voice-over dell’anziano sceriffo, nostalgico testimone di un altro mondo, del senso dell’onore e del rispetto per la vita ormai cancellati dall’avida follia e dalla spaventosa normalità omicida di un assassino psicopatico dal nome impronunciabile, senza passato, senza futuro, senza radici. È tutto un mondo che cambia, in peggio ovviamente, sullo sfondo abbacinante di pianure deserte bruciate dal sole, di strade che serpeggiano attraverso il nulla riarso tra Big Tuna ed Alpine, "Home of the Last Frontier", esaltate dall’ottima fotografia di Roger Deakins.

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Ed è quest’immenso vuoto geografico che riflette quello di valori dei due antogonisti principali, il cacciatore Moss e l’assassino Chigurh, facendo di una feroce caccia all’uomo un racconto morale contrappuntato dalle amare riflessioni dello sceriffo Bell, disincantato osservatore che, peraltro, nella sua nostalgia per "i bei tempi andati" quando gli uomini di legge giravano disarmati, sembra dimenticare che la levatrice dei neonati Stati Uniti è stata la Colt.

L’anelito ad una vita diversa, migliore, che sconfina nell’avidità, unito ad un cupo fatalismo condurrà Moss verso il proprio destino, mentre paradossalmente una pura e banale casualità provocherà l’uscita di scena dell’invincibile Chigurh, personificazione della determinazione disumana, della fedeltà a principi abietti e spaventosi, dell’assoluto disprezzo per la vita. Straordinario Javier Bardem, occhio bovino e lineamenti impenetrabili sormontati da una pettinatura che ricorda le sinistre fotografie di acconciature dei vecchi barbieri di un tempo. Ormai, davvero, non è un paese per vecchi.

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