Di Paolo Sorrentino si può dire tutto, tranne che non sia un regista capace di proporre ogni volta qualcosa di profondamente interessante, spesso fuori dai binari di quello che molti cineasti italiani sono soliti raccontare. Dopo la trilogia di solitudini narrate attraverso i volti eloquenti di Giacomo Rizzo (L’amico di famiglia) e Toni Servillo (L’uomo in più e Le conseguenze dell’amore), torna a lavorare con quest’ultimo su un noto personaggio non solo realmente esistito, ma attualmente vivente: Giulio Andreotti. Alias, Il divo.
Nel notevole poker di film da lei calato finora, ha raccontato personaggi molto rappresentativi della società italiana, dal calciatore, al cantante, all’usuraio-amico di famiglia… e ora, il Divo.
E’ vero, sono personaggi anche molto banali se vogliamo, anche il politico lo è, ma tutti rappresentativi, reali. Non esiste un buon film che non tratti temi critici. Per questo, non saprei mai fare un film di fantascienza, più interessante credo sia farne uno di fantascienza sulla politica, che non vuole rivelare cose, ma si limita a sistematizzare il già noto, rispolverandolo con un impianto stilistico che tenta ostinatamente di spettacolarizzare ciò che non può essere spettacolo. La Dc è qualcosa di anticinematografico. Poi, per dirla con una battuta, Fanfani non è Tarzan e non avrebbe avuto lo stesso appeal come personaggio!
Cosa pensa del polverone alzato in questi giorni?
Mah, la verità è che il film non è stato ispirato da una vocazione scandalistica né da provocazione. E quindi mi auguravo che non ci fossero polemiche che distraessero da quello che il film vuole realmente raccontare. Sarei più contento se si accendessero dibattiti sul film, mi farebbe piacere controbattere in questo senso, piuttosto che su dietrologie di bassa lega.
Del tipo?
Si insinua già una presa di posizione da una parte o dall’altra, c’è chi dice che sia un film troppo morbido, chi troppo duro… secondo me rientra in una cifra stilistica che, pur abbastanza lontana della realtà, è però verosimile. Certo che Il divo è un film politico, ma se dovessi scegliere fra cinema e politica, senza dubbio sceglierei il primo!
Più che di troppo duro o troppo morbido, sarebbe forse il caso di parlare di un’opera complessa che tenta di andare oltre ai facili manicheismi, non crede?
Il film si mette completamente a traino del personaggio. Dato che quest’ultimo è deliberatamente ambiguo e per anni non ha fatto che alimentare questa strategia utile al mantenimento del suo successo, il film conserva questo stesso livello di ambiguità, tranne nella scena del monologo, dove Servillo cambia il registro tenuto per tutto il film e diventa un urlatore in una cornice onirica. Lì esce fuori quello che penso, lì prendo posizione.
Ecco, perché crede sia importante per un regista prendere posizione, dire la propria, soprattutto in un film del genere?
Sta diventando un po’ troppo facile non farlo, limitarsi a sospendere il giudizio, come del resto ho fatto anch’io in passato, non lo nego. Ma stavolta la posta in gioco era troppo alta, la scelta dell’argomento ambiziosa, c’erano in ballo cose davvero cruciali per il Paese e un personaggio vivente come protagonista: mi sembrava giusto fermarmi e provare a proporre una mia ipotesi d’interpretazione.
L’idea originaria era fare un’opera rock su Andreotti. Qualcosa è cambiato, ma rimane un film che sa parlare anche ai giovani.
L’intento era proprio questo, indirizzarlo ai giovani. Avrei voluto utilizzare di più le musiche rock, ma non volevamo diventasse un’esibizione da dj. Però l’idea era far lavorare la musica contro la dimensione polverosa e statica di una politica immobilista, poi certo è diventato tutto più complesso rispetto al gioco iniziale. Mi sono basato essenzialmente su due registri, il primo per ritrarre un’iconografia del potere come qualcosa di misterioso e irraggiungibile per chi non è interno al Palazzo. Poi si cambia, quando Andreotti entra nella realtà e si sporca le mani.
E infatti l’enfasi su quello che ha definito “il teatrino della politica italiana”è marcata, sfilano marionette di cui si smaschera il burattinaio principale…
Sì, c’è volutamente un’insistenza a ritrarre in un certo modo tutti gli uomini della corrente. Si parla di fatti molto specifici che apparentemente potrebbero sembrare privi di interesse drammaturgico, in realtà era tutto finalizzato a sottolineare come per molti anni, anche oggi, la politica abbia avuto un’autoreferenzialità esasperata. Ed è qualcosa che si può accettare nel mondo della moda, ma nella politica diventa più grave: è tutto tempo tolto al vero compito per cui è deputata.
giupappa
05 giu 2008 - 11:35 - #1A 63 anni ricordo solo 2 episodi,che hanno fatto turbare il sign. Andreotti: la convocazione dei giudici per associazione mafiosa e oggi il film di Sorrentino.
Per questo film, nel quale ho avuto l’onore di partecipare ad una piccolissima parte, si sta cercando di alzare un polverone a mio giudizio ingiustificato nei confonti del regista: era dai tempi dei Rosi, dei Petri che non si creavano opere illustranti realtà della vita italiana post-bellica.
Ebbene finalmente abbiamo un giovane regista, a mio modesto parere talento, che ci ha proposto uno spaccato della nostra storia politica, sulla quale meditare: il “Divo” ritengo sia riuscito nello scopo; non a tutti si possono solo proporre i vari beautiful, indiana jons e quant’altro di simile.
Le sdegnate reazioni di alcuni personaggi del film (vedi Cirino Pomicino da Santoro, ed altri intervistati) confermano l’acume intellettuale di Sorrentino, che con la sua opera ,mai criminalizzante direttamente, si era credo prefisso: non dimenticare un pezzo della nostra storia repubblicana.
La critica e tanti spettatori gliene hanno dato atto e riconoscimento.
Da parte mia un grazie a Sorrentino ed a quanti, come lui sono capaci di sollecitare le nostre personali riflessioni.
Torino giugno 2008 Giuseppe Pappadà e-mail pappadag@yahoo.it
giupappa
05 giu 2008 - 11:37 - #2giupappa
05 giu 2008 - 15:59 - #3A 63 anni ricordo solo 2 episodi,che hanno fatto turbare il sign. Andreotti: la convocazione dei giudici per associazione mafiosa e oggi il film di Sorrentino.
Per questo film, nel quale ho avuto l’onore di partecipare ad una piccolissima parte, si sta cercando di alzare un polverone a mio giudizio ingiustificato nei confonti del regista: era dai tempi dei Rosi, dei Petri che non si creavano opere illustranti realtà della vita italiana post-bellica.
Ebbene finalmente abbiamo un giovane regista, a mio modesto parere talento, che ci ha proposto uno spaccato della nostra storia politica, sulla quale meditare: il “Divo” ritengo sia riuscito nello scopo; non a tutti si possono solo proporre i vari beautiful, indiana jons e quant’altro di simile.
Le sdegnate reazioni di alcuni personaggi del film (vedi Cirino Pomicino da Santoro, ed altri intervistati) confermano l’acume intellettuale di Sorrentino, che con la sua opera ,mai criminalizzante direttamente, si era credo prefisso: non dimenticare un pezzo della nostra storia repubblicana.
La critica e tanti spettatori gliene hanno dato atto e riconoscimento.
Da parte mia un grazie a Sorrentino ed a quanti, come lui sono capaci di sollecitare le nostre personali riflessioni.
Torino giugno 2008 Giuseppe Pappadà e-mail pappadag@yahoo.it