Il momento di reagire - Intervista a Ermanno Olmi

pubblicato: sabato 06 settembre 2008 da Marco Spagnoli

“Quando capita di innamorarci di nuovo, tale è la sorpresa che immediatamente ritroviamo tutto. Se siamo davvero innamorati tutto può cambiare. Drammatizzare non serve a nulla. Lasciamo che sia la vita a sorprenderci con le sue infinite sorprese e in caso ad obbligarci a contraddirci.” In occasione della consegna del Leone d’Oro alla carriera, il maestro Ermanno Olmi lascia così spazio alla possibilità di tornare alla regia, un giorno non troppo lontano. Nonostante egli abbia annunciato pubblicamente che Centochiodi rappresenti il film conclusivo della sua lunga carriera, Olmi non esclude alcuna possibilità.

Cosa pensa del successo del cinema italiano a Cannes proprio nello stesso anno in cui le viene consegnato il Leone d’oro?
Ricordo che quando avevo quindici anni ho visto prima Roma città aperta e, solo qualche anno più tardi, Germania anno zero. Due pellicole che mi avevano profondamente impressionato, mentre il pubblico della normale frequentazione della sala cinematografica aveva avuto una reazione un tantinello dubbiosa. C’era qualcosa in quelle pellicole che metteva a disagio lo spettatore. In quel momento si segnava una netta linea di demarcazione tra il cinema americano della commedia, dell’avventura, del dramma romantico, del sogno ‘duecento lire, due film’ con un altro tipo di cinema che ci raccontava a noi stessi e nel quale ci riconoscevamo. E’ chiaro che chi si riconosceva, in quegli anni, in un divo o in una bella ragazza dello Star System rinunciava a se stesso per tentare di trasformarsi nel modello di quel sogno. Il cinema di Roberto Rossellini, di Vittorio De Sica e di altri onesti uomini del Neorealismo voleva farci riconoscere nella realtà in cui ci dovevamo riconoscere. Il Neorealismo diventò così un evento mondiale che, in qualche maniera, riportò il cinema nell’alveo di una delle sue possibilità più nobili ossia quella di produrre effetti di civiltà. Poi, come un qualsiasi altro evento che ha una risonanza, anche quella forma innovativa di fare cinema diventava la possibilità di cavalcare un animale già domato. Da un lato l’industria cinematografica voleva ripetere il successo, dall’altro c’erano dei comprensibili cedimenti sul piano umano con l’idea di compiacere la critica facendo dei film che potessero essere accolti volentieri. La realtà è che noi abbiamo tradito il Neorealismo e un secondo sussulto c’è stato con la Nouvelle Vague che, però, è nata intorno al 1958 e i cui effetti si sono sentiti solo dieci anni più tardi. E’ stato allora che i giovani si sono sentiti consapevoli dell’importanza della loro presenza nella società. Da giovani quali erano, forse, hanno reagito in maniera un po’ scomposta, ma è evidente che la Nouvelle Vague ha rappresentato un’altra di queste tappe importanti, tant’è vero che i produttori sceglievano autori al di sotto dei trent’anni e senza copione per realizzare pellicole sul tipo di quelle francesi. E’ passato altro tempo e siamo arrivati ad oggi quando i nostri ‘giovani amici’ hanno iniziato a dare segnali precisi rispetto ad un cinema inteso come strumento di civiltà. I film di Matteo Garrone e Paolo Sorrentino sono soprattutto delle pellicole ‘oneste’. Rossellini, De Sica facevano film onesti. La visionarietà di Federico Fellini e quella di Paolo Sorrentino non sono “distoglienti”, bensì del tipo di quelle che rivelano a noi stessi la verità che sappiamo cogliere della realtà in cui viviamo. Il merito di tutti i nuovi autori senza alcuna eccezione è quello di avere attraversato una zona paludosa prima di potere raggiungere un terreno di nuovo solido.

Lei ha esordito a Venezia nel 1961 con Il posto: cosa ricorda di quegli anni?
Ho avuto la fortuna di vivere una stagione in cui ho avuto amici che mi hanno insegnato molto come Parise, Bianciardi, Pasolini, Mastronardi. Menti straordinarie che sapevano trovare i giusti riferimenti per potere ipotizzare un percorso. Ognuno di noi raccontava la propria ‘patria’ non quella della retorica nazionalista, bensì la terra dei padri e il mondo cui apparteneva. Noi raccontavamo ciò che eravamo davvero. In quegli anni tentavamo tutti di guardare oltre il pantano di una cultura stagnante e totalmente fuori dai rapporti con la realtà con Pasolini che andava a incontrare gli emarginati ritrovando la sua natura di uomo del borgo e dei luoghi contadini. Sebbene già entrato nella cattedrale della cultura, Pasolini andava nelle strade dove neppure le edicole delle Madonne indicavano la strada ai poveri. Proprio in quegli anni Pasolini è stato particolarmente osteggiato da chi, prima, lo aveva osannato. Dagli esponenti di quella ‘cultura da pantano’, in quel tempo, Il posto è stato accolto come un bozzetto cechoviano considerando Cechov un “minore”…

Dopo tutto questo tempo lei si considera più un “maestro” o un “alunno”?
Parlando con Adriano Celentano con cui sono amico da mezzo secolo dicevamo che il nostro ideale è quello di essere degli apprendisti, ovvero dei ragazzi che hanno appreso un mestiere, ma che si entusiasmano sempre con un incanto quasi infantile. La scoperta del mondo nella sua magnificenza silenziosa fa di noi degli apprendisti, ovvero persone che continuano ad apprendere dallo sguardo su oggetti dai linguaggi infiniti che raccontano storie dalla rilevanza cosmica.

Cosa la colpisce di più di questo momento storico?
Il fatto che nessuno reagisca di fronte al nuovo pantano culturale in cui viviamo. Dobbiamo reagire rendendoci conto che il nostro primo obiettivo è fare i conti con la nostra responsabilità culturale se vogliamo essere chiamati cittadini e non ridurci a puri omuncoli.

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