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Roberto è un farmacista quarantenne che vive due storie d’amore molto intense e a distanza di tempo. Con entrambe le sue compagne il trasporto è forte e l’amore sembra destinato a durare, ma non sempre quello che si spera corrisponde alla realtà. Arriverà l’inevitabile addio con il solito bagaglio di pianto e di dolore. Ma l’idea di soffrire basta per non farci amare più?
Recensione
Amare, smettere di amare e poi ricominciare… La circolarità dei sentimenti, con l’euforia e il dolore a darsi – e non sempre equamente - il cambio, sembra la legge non scritta che regola la vita dei personaggi di Maria Sole Tognazzi, alla sua seconda regia dopo Passato prossimo del 2003. Un film che vorrebbe esplorare l’universo complesso delle emozioni ma che finisce per impantanarsi in un estenuante percorso in cui la storia e lo spessore dei personaggi sembrano quasi dimenticati per inseguire ambizioni autoriali che, seppur legittime, rivelano, invece, una drammatica mancanza di idee.
Roberto è l’uomo che ama come tutti gli altri, quello che perde la testa per poi smettere di innamorarsi, che sogna la convivenza ma finisce per chiedere indietro le chiavi di casa; insomma, un uomo come tanti, un uomo come tutti, così come suo fratello Carlo, senza troppi giri di parole, gli fa notare proprio nel momento in cui la crisi dell’abbandono sembra farsi così acuta fino a sembrare di non poter più vivere. Ma si sopravvive a tutto: al dolore, alla morte e, soprattutto, all’amore.
E il film non è nulla di più di questo, un “pedinamento” emotivo di una manciata di anime alle prese con esistenze segnate da un’assenza. La Tognazzi sceglie un protagonista come Pierfrancesco Favino e non ne impiega fino in fondo il talento e la potenza espressiva, limitandolo alla superficie di un ruolo al quale avrebbe potuto dare ben altra forza.
Le donne, come figurine di carta, non sono che esili soggetti in balia di una sceneggiatura che alterna la banalità dei dialoghi a desolanti vuoti riempiti a forza dalla musica. Alla splendida Marisa Paredes è riservato il privilegio di illuminare la scena di un bagliore intenso quanto breve, mentre tutto il resto scivola così, come una melodia sentita troppe volte e destinata a smarrirsi nelle ridondanze del già visto. Inoltre, la Tognazzi non adegua la regia alla struttura temporale scelta per la narrazione e finisce per realizzare un’opera confusa e priva di coinvolgimento in cui la verità alla quale più si agogna, quella sull’amore, non è né svelata, né celata ma solo, banalmente, perduta.
L’uomo che ama
Regia: Maria Sole Tognazzi
Sceneggiatura: Ivan Cotroneo, Maria Sole Tognazzi
Soggetto: Maria Sole Tognazzi
Montaggio: Walter Fasano
Fotografia: Arnaldo Catinari
Scenografia: Tonino Zera
Musiche originali: Carmen Consoli
Intepreti: Pierfrancesco Favino, Xenia Rappoport, Monica Bellucci, Piera Degli Esposti, Marisa Paredes
Distribuzione: Medusa
Paese: Italia
Anno: 2008
Durata: 100 min
cinefil
23 ott 2008 - 15:30 - #1aah, se gliele hai cantate! ma la Bellucci, com’é??
Papier soldier
23 ott 2008 - 15:48 - #2La Bellucci è terrificante come al solito. Non si capisce quello che dice e non riesce neanche questa volta a recitare.
Un disastro
Karenne
23 ott 2008 - 16:29 - #3Mi interessa di più la Smutniak, secondo me una delle migliori fra le giovani… com’è lei?
Crane
23 ott 2008 - 20:19 - #4Intendevi forse la Rappoport? Piuttosto irritante ma non è tutta colpa sua. I dialoghi oscillano tra il risibile e l’inverosimile e gli attori, poveretti, non riescono a far miracoli.
Golight
23 ott 2008 - 20:23 - #5Più che “l’uomo che ama” “l’uomo che cammina”. Favino non fa altro che girare Torino a piedi, di notte e di giorno… Il protagonista, solo, si aggira per la città con la musica a far da sottofondo. Eh sì. Fa molto “autore”.
cineguido
23 ott 2008 - 20:37 - #6peripatetica anche Monica, non fate finta di niente, guardate le foto sul mio blog: http://belluccimonica.blog.dada.net/tag/torino
Karenne
24 ott 2008 - 14:57 - #7Sì, intendevo la Rappaport… oops
nino54
25 ott 2008 - 23:50 - #8La Bellucci dovrebbe darsi all’ippica….fare la cavallina è la sola cosa che le riesce..Hanno “montato” ’sto “finto” mito ma è tutto “fumo” e niente arrosto.
Che tragedia……il sapere che il cinema italiano(tanto glorioso) è rappresentato da queste “gnocche” che dovrebbero dedicarsi ad altre arti……