Il Festival Internazionale del Film di Roma, targato Alemanno/Rondi, merita ovviamente alcune considerazioni conclusive, più che sui premi (non noti al momento in cui scrivo e del tutto secondari in questa manifestazione) sulla sostanza stessa dell’evento. Un Festival preceduto da Cannes, Locarno, Venezia, Toronto e seguito da Torino e Berlino non deve avere vita facilissima. I curatori delle sezioni evidentemente hanno dato il massimo; di più non potevano. Non c’era altro in giro. Anzi, ogni volta mi stupisco di come si riesca a mettere in piedi un programma con così tanti titoli. Il risultato, in ogni caso, è stato modesto: un cartellone claudicante, con il grande buco nero del cinema americano. D’altra parte le linee culturalmente protezionistiche dettate dal Sindaco di Roma hanno portato conseguenze evidenti (e disastrose) su una selezione che non ha potuto garantire a pieno il prestigio tanto agognato e inseguito dalla Fondazione Cinema per Roma. Parecchi film italiani, alcuni non indimenticabili, altri più interessanti come quello di Vicari. Ma a parte qualche singola performance la nostra cinematografia non è uscita così bene come gli organizzatori speravano.
E la macchina festival? Personalmente ho avuto l’impressione di un’involuzione rispetto alle pur discutibili edizioni degli scorsi anni. Il primo e il secondo anno sono stati caratterizzati da un entusiasmo dei cinéphiles che era palpabile, evidente. Passeggiando per l’Auditorium nei scorsi giorni mi sono invece accorto chiaramente come il pubblico che entrava nelle sale era infinitamente più ridotto rispetto a quello che bivaccava sotto i portici e dentro la grande struttura ideata da Renzo Piano. Orde di ragazzini ululanti si sono accalcate nei giorni del Festival, con l’identico spirito con le quali affollano il sabato pomeriggio la centralissima Via del Corso di Roma. Con le mie orecchie ho sentito ragazzi darsi appuntamento all’Auditorium non per andare a vedere un film ma per fare semplice struscio e rimorchiare. Niente di più triste per un festival, che vive senza dubbio di aspetti popolari ma che deve privilegiare in primo luogo la questione cinema.
Oggi (31 ottobre) ho letto su “La Repubblica” (Roma) un lungo articolo del collega Franco Montini, nel quale è sottolineato come andando a interpellare gli addetti agli stand e quelli alla libreria è emerso un dato sconsolante rispetto agli scorsi anni: cioè una flessione netta dell’afflusso di persone interessante al cinema.
Dunque, l’atmosfera che si è avvertita in questa ultima settimana era straniante e un po’ triste. I giornalisti hanno visto i film del concorso tutte le sere alla Sala (tendone) IKEA. Struttura scomoda e poco adatta a proiezioni cinematografiche che durante i nubifragi romani (pur reggendo) ha fatto preoccupare non poco i vigili del fuoco di servizio, i quali durante le proiezioni si aggiravano dentro la sala per verificare che la struttura tenesse.
Unici momenti di vera umanità sono stati quelli in cui l’Auditorium è stato invaso pacificamente dagli studenti in lotta contro la tragica/nefasta legge Gelmini. Una protesta doverosa che forse avrebbe dovuto trovare un piccolo spazio nell’ambito del festival in maniera più evidente e aperta.
Sinceramente non riesco a immaginare come sarà il Festival di Roma del prossimo anno. Spero che si cerchi di puntare in maniera più strategica sul cinema e meno sull’afflusso incontrollabile e inutile (anche economicamente) di pubblico disinteressato al tema culturale dell’evento.
cineguido
31 ott 2008 - 20:42 - #1solo una Monica al giorno avrebbe levato il grigiore di torno…
Karenne
02 nov 2008 - 11:13 - #2Bilancio molto equilibrato, confortato dalla percezione comune di un evento in tono nettamente minore rispetto alle passate edizioni.