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Intervista a Oliver Stone

pubblicato: sabato 22 novembre 2008 da Claudio Panella in: festival prime visioni Torino Film Festival 2008 Incontri

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Ieri sera sul palco del Regio, inaugurando il 26° Torino Film Festival con il suo ultimo film, Oliver Stone ha pronunciato pochissime parole, adeguandosi alla sobrietà esibita del direttore Moretti. Oltre ai ringraziamenti di rito, il regista non ha però perso l’occasione di rilanciare quello che è il messaggio del suo W.: “E’ basato su una storia vera”, ha dichiarato con una certa ironia proseguendo però più seriamente, “ma questa storia è stata nascosta a lungo e per raccontarla c’è voluto il lavoro investigativo di numerosi giornalisti che tra il 2003 e oggi hanno raccolto molto materiale su un personaggio come Bush che prima era stato decisamente sottovalutato. So che anche in Italia state vivendo una storia che ha qualche somiglianza con questa. Non bisogna mai sottovalutare personaggi come questi. Ed è stata proprio questa sottovalutazione che ha permesso a Bush di fare tutto quello che ha fatto”. All’incontro di questa mattina con la stampa Stone si è presentato molto rilassato ma ha ripreso con decisione lo stesso discorso.

Cosa l’ha spinta ad affrontare tutte le difficoltà produttive e drammaturgiche derivanti dal fatto di fare un film su un Presidente ancora in carica?
Devo dire innanzi tutto che il mio film non è un documentario, non è una lezione di storia, ma è piuttosto una satira storica. La satira e l’interpretazione della storia esistono da sempre nella nostra cultura e da grande appassionato di storia romana so che la Storia è sempre una bella storia per un film. Inoltre a me piace molto indagare la complessità e l’ambiguità della vita, e il mio film è fondamentalmente lo studio di un personaggio che purtroppo ha compiuto azioni che influenzeranno la storia del nostro mondo più a lungo di quelle di Nixon o di Reagan. La cosa che più ha impressionato me e lo sceneggiatore Stanley Weiser è che Bush è come il Candide di Voltaire: non prova alcuna curiosità per gli altri, e ha un ego spropositato.

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Quanto è stato difficile produrre e girare questo film?
Abbiamo girato il film in modo da farlo il più velocemente possibile, in soli 46 giorni. Poi l’ho montato in sole dieci settimane, e senza lasciar fuori praticamente alcun taglio. Ma per scrivere la sceneggiatura ci abbiamo messo più di un anno. Anche a ridosso delle riprese la situazione politica era in continuo mutamento: l’amministrazione Bush voleva sferrare l’attacco all’Iran, ma il progetto è stato accantonato a causa della crisi economica, che ha anche danneggiato seriamente la campagna di McCain, che prima del crollo delle borse del 16 settembre era dato dai sondaggi alla pari di Obama. Inoltre il nostro film parla anche della questione della sicurezza nazionale e di come è stata interpretata da Bush, e se ci fosse stato un qualche attacco terroristico avremmo dovuto cambiare molte cose…

Nel film Bush fa spesso la figura dello stupido, ma il suo sguardo non è mai apertamente critico nei suoi confronti.
Abbiamo fatto un po’ di satira ma abbiamo voluto evitare ogni forma di contestazione diretta. In fondo mi mancheranno il suo modo di lottare strenuamente per esprimersi col suo eloquio stentato e tutti i suoi famosi strafalcioni, come quando ha chiamato Scorsese col nome di Martin Sàrkozy. D’altra parte, e questo nel mio film si vede, lui ha sempre detto: “Lascio che sia mia moglie a leggere per me”. Bush è l’anti-Socrate per eccellenza e ha mostrato a tutto il mondo che è possibile diventare Presidente senza saper pensare e senza avere alcun interesse per la vita interiore delle persone, per tutte quelle psico-chiacchiere, come le chiamava anche suo padre. Il mio intento era solo quello di far riflettere su tutta la sua storia.

Com’è andato W negli Stati Uniti? E come mai non si trova una distribuzione italiana?
Negli Stati Uniti ha avuto molte ottime recensioni, qualche critica, ed è ancora nei cinema. Spero inoltre che nelle prossime nomination agli Oscar si tenga conto della grande interpretazione di Jeff e di tutti gli altri attori… La crisi economica ci ha forse un po’ danneggiati perché nella mente di molti americani Bush è morto il 16 settembre. Ma occorre fare molta attenzione, non si può sperare che Bush sia del tutto finito perché come il padre di Amleto potrebbe continuare a dominare ancora a lungo il nostro futuro con le azioni che ha commesso. Non bisogna mai sottostimare personaggi del genere e i loro modi amichevoli, ma ricordare chi sono, come sono stati eletti e quello che hanno fatto, e fare attenzione a chi sarà il prossimo lupi travestiti da agnelli, come potrebbe essere Sarah Palin. Io credo che il mio film rimarrà nel tempo e spero possa servire proprio questo. C’è una piccola ma tenace compagnia di distribuzione italiana interessata al mio film e spero che ci metteremo presto d’accordo perchè esca se non nei cinema almeno in dvd.

Come ha scelto Jeff Brolin come interprete principale?
Jeff ha avuto grande successo nel 2007 con No country for old mene con un altro paio di film, ma io lo conoscevo da prima e sapevo che lavorava da anni come caratterista senza essere mai riuscito a sfondare a Hollywood. Più o meno come Bush che a quarant’anni non aveva avuto un brillante percorso universitario, non era stato un buon imprenditore né nel petrolio né con la sua squadra di baseball e aveva perso la sua prima elezione. Inoltre anche Jeff è cresciuto con un padre ingombrante, James Brolin, una vera star del cinema ora sposato con Barbara Streisand. Quando l’ho chiamato per la parte lui si è quasi offeso e mi ha chiesto: “Cosa vedi in me di Bush”? Io gli ho risposto che aveva lo stesso stile da cowboy e che ero sicuro avrebbe fatto un ottimo lavoro: avete sentito com’è bravo a interpretare l’accento texano e a fingere di essere un po’ stupido? Jeff non lo è affatto, anzi, è un attore che quasi si tormenta sul suo personaggio, e anche per questo abbiamo girato il film in sequenza cronologica…

Nutre una certa fiducia sul futuro degli Stati Uniti governati da Barak Obama?

Non bisogna dimenticare che Obama, ancora durante le primarie contro la Clinton, si era dichiarato fortemente contrario alla guerra in Iraq. Nella campagna contro McCain si è però parlato molto poco di politica internazionale perchè la crisi economica ha oscurato ogni altro argomento. Ma le cose sono legate. Io spero che con questa crisi gli USA si chiedano qual è il loro posto nel mondo e smettano quei loro atteggiamenti aggressivi, se non altro perchè non potranno più permettersi di mantenere tante base militari in giro, o di intervenire finanziariamente a loro piacimento nell’economia di altri paesi. Solo con la crisi forse questo cancro ha qualche possibilità di remissione.

La recensione in anteprima di W: http://www.cinema.it/post/6648/w

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