Roman Polanski è giunto a Torino in occasione della retrospettiva completa che gli dedica il Torino Film Festival. Il regista ha incontrato Nanni Moretti nel corso di un evento pubblico affollatissimo che purtroppo ha lasciato molti appassionati fuori dalla sala e a bocca asciutta. Nel corso del pomeriggio Polanski ha risposto alle domande del collega raccontando un po’ della sua vita e del suo cinema, del rapporto con la politica, con l’arte, con il mestiere di cineasta e con i film degli altri. L’evento ha così fatto da splendido complemento alla retrospettiva e alla mostra fotografica sul regista polacco che è ancora in corso al Museo del Cinema di Torino.
Nei suoi film la politica non viene mai affrontata frontalmente. Ne La morte e la fanciulla, per esempio, la protagonista è stata vittima di un regime ma non si capisce quale esso sia per cui ogni riferimento a fatti storici diventa vago. Che rapporto ha con la politica? Non ha mai avuto voglia di fare un film che fosse più direttamente politico?
Dato che ho dovuto girare il film in inglese, non mi riusciva di far parlare delle dittature recenti a degli attori che recitavano in inglese. Avevo la sensazione di mettere in scena qualcosa di falso così che invece di raccontare una vicenda poco credibile ho preferito darle una dimesione più astratta. Conosco la politica e l’ho vissuta direttamente negli anni Sessanta quando frequentavo la scuola di cinema di Lodz.
A quei tempi siamo stati testimoni e protagonisti di cambiamenti politici notevoli: potevamo parlare liberamente ed essere sovversivi. Era l’epoca in cui molti stracciavano la tessera del partito comunista e cambiavano casacca. Era l’epoca delle grandi riunioni studentesche e ne ricordo una a Parigi, in una palestra in cui c’era anche un ring che faceva da pulpito: sono salito anche io sul ring per parlare e fu in quell’occasione che mi chiesero di rappresentare la delegazione polacca ad una riunione presso la sede del PCF. Allora mi resi conto che sarebbe stato facilissimo proseguire una carriera politica se lo avessi voluto. La politica è facile. La “politica è mobile”, non la donna, e non faceva per me.
Sempre più o meno a quei tempi ha incontrato lo sceneggiatore Gérard Brach, com’era il vostro rapporto?
Con Gérard eravamo amici, abbiamo scritto molte sceneggiature trovandoci a parlare e parlando sempre di moltissime cose che col film non c’entravano nulla. Passavamo molto tempo insieme e spesso ci ritrovavamo per andare nei cinema attorno alla Sorbona. È lì che abbiamo visto tanti film dell’orrore soprattutto inglesi che in seguito mi hanno ispirato Per favore, non mordermi sul collo in cui abbiamo voluto rivisitare l’horror in chiave ironica. È insieme che abbiamo visto El Cochecito di Marco Ferreri con cui Gérard ha poi in seguito lavorato.
Lei ha frequentato l’Accademia di Belle Arti e sa disegnare. Si serve mai del disegno per progettare le sue inquadrature?
Effettivamente disegnare mi viene molto facile mentre scrivere una sceneggiatura è per me una gran fatica. Una volta disegnavo sempre il film prima di girarlo, facevo uno storyboard che mi serviva poi da base per discutere soprattutto con scenografi, costumisti e anche direttori del casting dacché disegnavo anche i visi dei miei personaggi. Poi col tempo mi sono reso conto che non è sempre necessario disegnare lo storyboard perché si rischia di fare come quel tizio che si fa fare un vestito da un grande sarto e che poi gli sta male. Oggi perciò preferisco discutere con i professionisti per capire con loro come realizzare o modificare al meglio le idee che mi vengono in mente.
Però ha più volte dichiarato che un film è tutto ciò che rimane della lotta tra lei e i suoi collaboratori attorno a un progetto?
È così. Anche se i miei collaboratori sono molto motivati a seguirmi ed aiutarmi hanno tutti dei loro interessi, una loro vita e dei punti di vista inevitabilmente diversi dai miei.
Qual’è il suo rapporto con gli attori?
All’inizio preferivo sempre lavorare con i non professionisti. Ricordo per esempio che scelsi la protagonista de Il coltello nell’acqua vedendola in una piscina pubblica mentre il protagonista maschile era un giovane appena uscito dalla scuola di recitazione ed aveva una formazione troppo preziosa per quello che era il suo personaggio, così lo doppiammo per restituirgli un po’ di rozzezza.
In Rosemary’s baby recita John Cassavetes ma è vero che in realtà ci sarebbe dovuto essere Robert Redford?
È vero e sarebbe stato perfetto ma ci furono dei problemi perché poco tempo prima Robert Redford aveva piantato in asso la lavorazione di un film western così che gli studios gli fecero causa e opposero il veto anche alla sua partecipazione al mio film.
E cosa pensa del Cassavetes regista?
Il cinema di Cassavetes è completamente diverso dal mio perché io sono stato formato da una scuola di cinema. il suo cinema mi sembrava affascinante ma molto amatoriale…
Nel senso che è poco strutturato?
No, nel senso che è proprio mal fatto
Lei non è riconducibile a nessuna corrente cinematografica ma che rapporto ha con fenomeni quali la Nouvelle vague e il Free cinema che si sono sviluppati mentre lei già faceva i suoi film?
La Nouvelle vague non mi ha mai interessato. Ho amato alcuni registi, certo, Truffaut per esempio era il mio preferito all’epoca ma per la maggior parte i film di quella corrente sono inguardabili e possono piacere solo a certi “filatelisti”.
Lei è sempre stato molto preciso nella preparazione dei suoi film, ma con Pirati le è andato tutto storto…
Ah, per Pirati non era pronto nulla, ma dovevamo assolutamente girare, ce lo aveva ordinato il produttore. La lavorazione fu un disastro. Dall’inizio alla fine delle riprese non c’è stato un giorno che non mancasse qualcosa sul set, o un costume, o un attore, o la cinepresa, o la pellicola, qualche volta mancava anche il regista… Dovrebbero darmi un premio per speciale per essere risucito a realizzare quel film.
Il più recente tra i suoi progetti incompiuti, dopo quello su Il maestro e la margherita, è stato quello di Pompei: cosa è successo?
Mi dispiace non aver potuto girare quel film. Ma purtroppo doveva girarlo l’anno scorso tra maggio e ottobre e in quel periodo rischiava di esserci lo sciopero degli attori, subito dopo quello degli sceneggiatori che aveva paralizzato Hollywood. Per questo pericolo, e per il budget importante del film che richiedeva la presenza di diverse star, i produttori hanno deciso che era meglio non partire con la lavorazione e tutto è finito prima ancora di cominciare. Ma tra pochi giorni sarò sul set del mio nuovo film, The Gosth tratto da un thriller di Richard Harris…
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