Stella, 11 anni, è al suo primo anno in una prestigiosa scuola media di Parigi. Per lei è l’ingresso in un mondo nuovo, lontano da tutto quello che conosce. Quasi un miracolo, per una ragazzina che vive in un caffè frequentato dalla classe operaia, alla periferia di Parigi. E questo nuovo anno di scuola, che lo voglia o no, cambierà la sua vita per sempre.
Recensione
Applaudito all’ultima Mostra del cinema di Venezia (fuori concorso nelle Giornate degli Autori), Stella arriva ora nelle sale itaiane grazie ad un coup de coeur di Nanni Moretti, che lo ha fortemente voluto nel suo listino. Distribuito dalla Sacher Film, il film uscirà anche in versione originale a Roma, Milano e Bologna e, per i più fortunati, diciamo subito che è un’occasione da non perdere. Dichiaratamente autobiografico, il terzo lungometraggio di Sylvie Verheyde ci proietta nel 1977, in una scuola media del XII arrondissement parigino. Una scuola elitaria, destinata ai bambini delle famiglie più facoltose di Parigi, distante anni luce dal metissage raccontato in Entre les murs dal pluripremiato Laurent Cantet. Di alunni immigrati non c’è ombra, i volti saputelli di questi ragazzini raccontano semmai vite segnate dal benessere, piccola e grande borghesia pronta a deridere il collo di finta pelliccia indossato da Stella nel suo primo giorno di scuola.

Interpretata dalla bravissima Léora Barbara, esordiente timida e determinata allo stesso tempo, Stella è la protagonista assoluta di questo racconto di formazione, un percorso di crescita che – senza scomodare Truffaut e i suoi mitici I quattrocento colpi – racconta il primo anno alle medie di una bambina del sottoproletariato francese catapultata in una scuola elitaria, uno scricciolo costretto ad affrontare a muso duro compagne di classe snob e gli ubriaconi che frequentano il caffè dei suoi genitori. Già, perché la ragazzina vive in uno squallido bar della periferia di Parigi dove, occasionalmente, i suoi genitori (Karole Rocher e Benjamin Biolay, ottimi entrambi) affittano le camere del piano superiore ad un gruppetto di sbandati ospiti di un centro d’accoglienza. Il suo mondo è quello, un concentrato di giocatori di poker, poveracci che passano il tempo tra flipper, tavoli di biliardo e scazzottate in piena regola. Il film ci accompagna dunque nel viaggio interiore di Stella che, non particolarmente intelligente, non solo è ignorata dai suoi compagni di classe ma è spesso derisa dai suoi insegnanti. Ad aprirle uno squarcio di luce è la sua amicizia con Gladys, una bambina di origine argentine che la introduce inconsapevolmente in un mondo nuovo, trasmettendole la curiosità per i libri e la nuova musica.
E così, mentre il suo nucleo familiare continua ad ignorarla, attraverso i suoi silenzi Stella riesce a comunicarci molto più di quello che vorrebbe dire, basta vedere il momento in cui strappa la carta da parete della sua cameretta per capire tutta la sua rabbia. Da citare, tra l’altro, il tessuto sonoro che accompagna la sua sottile metamorfosi, una serie di successi degli anni Settanta (tra i tanti Sheila, Patrick Juvet e Umberto Tozzi) che registrano con rara efficacia i diversi registri emotivi del racconto. Un “come eravamo” non necessariamente nostalgico, semmai uno sguardo all’indietro dove adolescenti di ieri e di oggi sembrano in qualche modo accomunati. Nell’ arco del suo primo anno alle medie, infatti, Stella dovrà vedersela con una famiglia che si disgrega sotto i suoi occhi, ma anche con la caduta dal piedistallo del principe azzurro (un intenso e dolente Guillaume Depardieu in una delle sue ultime interpretazioni) destinato a svanire dopo la prima vera cotta per un compagno di scuola. Attenzione, però, perché sarebbe davvero riduttivo liquidare il film della Verheyde come una pellicola adolescenziale.
Stella ci commuove, ci intenerisce svelando il potere liberatorio dei grandi romanzi, quelle piccole scintille di amore per la cultura che possono germogliare anche nei terreni più aridi. La regista, insomma, non ha paura di ricordarci che anche nei figli della banlieuse può nascere l’attrazione fatale per Balzac o Cocteau, amici immaginari ma ben più reali dei compagni di classe che ti snobbano o di genitori che non sanno – e non vogliono – ascoltare. La cultura come mondo parallelo, dunque, ma anche opportunità di riscatto. Un film per certi versi durissimo, ma anche tenero, poetico e consolatorio e sarebbe bello se i ragazzi di oggi abbandonassero per un giorno I-Pod e Playstation per riempire le sale: Stella è un personaggio che resta dentro, difficile da rimuovere. E di questi tempi, credeteci, non è poco.
Titolo originale: Stella
Regia: Sylvie Verheyde
Sceneggiatura: Sylvie Verheyde
Attori: Léora Barbara, Karole Rocher, Benjamin Biolay, Guillaume Depardieu, Melissa Rodrigues, Laetitia Guerard, Jeannick Gravelines
Produzione: Les Films du Veyrier, Arte France Cinema e WDR/Arte
Distribuzione: Sacher Distribuzione
Paese Anno: Francia 2008
anarchy
04 dic 2008 - 18:28 - #1…a me piacerebbe un film che avesse il coraggio di dire che la bellezza non sta per forza nella CCCCCCultura, in Cocteau e il Balzac, ma anche nella naturale lucidità di chi sa osservare come vanno le cose e come si comporta la gente. Sinceramente il personaggio di Gladys e della sua chiccosa famiglia di intellettuali argentini fa un po’ pietà come simbolo posito. alla fine il diritto di vedere le come come stanno e di capirle sta sempre e solo dalla parte delle élites e di chi ci si adatta…il film è molto carino ma sotto, sotto, gratta gratta, la sua morale non mi piace per niente
c. p.
04 dic 2008 - 18:53 - #2il film è molto autobiografico, e a vincere per simpatia e perchè ha qualcosa in più (più che in meno) è chiaramente la protagonista, non la giovane figlia secchiona degli intellettuali argentini… mi sorprende sempre quando qualcuno vede in un film un’idea, una parabola, un paragone e la rivendica per criticarlo: è il film stesso che pone la frattura tra Stella e Gladys e che s’interroga su come la protagonista possa diventare grande senza tradire la naturalezza della sua infanzia, che è chiaramente un valore; nonostante la felicità per la promozione scolastica di Stella non sappiamo bene come andrà a finire… Gladys potrebbe crescendo diventare come il personaggio di Sally Hawkins in Happy Go Luky, o fare la scrittrice o regista… ma tu, dear anarchy, hai colto la vera essenza del film.
cinefil
06 dic 2008 - 11:13 - #3In modo abbastanza miope ma in parte prevedibile al film è stato appioppiato un divieto ai minori di 14anni: sboccato (nella versione italiana forse anche più che nell’originale) è sboccato, ma è il ritratto assolutamente verosimile della vita di una dodicenne! E volete dirmi che all’anteprima del Sottodiciotto Film Festival non c’erano bambini?
c. p.
06 dic 2008 - 13:20 - #4…io all’anteprima torinese c’ero e con me anche alcuni bambini. Non credo che la Sacher volesse davvero puntare su quel pubblico sennò avrebbe forse potuto adattare meglio il film al target, anche a livello di trasposizione: espressioni usate da Stella quali “restare attaccato come uno stronzo al culo di un cane” fanno ridere anche i bambini ma dire “cacca” sarebe stato meglio, per loro. In altri brani del film ho il sospetto d’aver sentito dire “si scopa” dove nell’originale si diceva “faire l’amour”. Posso sbagliarmi, e in ogni caso sarei a favore di una traduzione fedele all’originale, ma poiché il film è distribuito in alcune sale non doppiato la commissione che ha stabilito il divieto e i responsabili dell’adattamento italiano dovrebbero avere il tempo di valutare tali questioni attentatamente e con anticipo rispetto all’uscita… Scusate la digressione vernacolar-escrementizia.
cinefil
12 dic 2008 - 10:49 - #5il divieto è stato tolto!