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Abel e Junon, una vita segnata dal lutto per la morte del piccolo Joseph, hanno cresciuto la primogenita Elizabeth e i piccoli Henry e Ivan con affetto intermittente, riservato, almeno quello materno, solo al più piccolo. Alcuni decenni dopo la scomparsa di Joseph, anche a Junon viene diagnosticata una malattia del sangue, che è stata probabilmente lei stessa a trasmettere al figlio. L’unica speranza di vita per la donna è un trapianto di midollo da un donatore compatibile, per trovare il quale la famiglia Vuillard viene riunita in occasione del Natale. Detto ciò, non vi stupite, il film è decisamente una commedia.
Recensione
Dopo il curioso cine-documentario L’Aimée presentato a Venezia 2007, Arnaud Desplechin ha scosso le platee dell’ultimo Festival di Cannes con questo Racconto di Natale, che si preparare a sorprendere anche il pubblico natalizio delle nostre sale. Trattandosi di un film d’autore come pochi, la prima domanda che ci si pone è la seguente: di chi è l’occhio che scruta l’andare e venire, il dibattersi dei vari personaggi nell’alveo della famiglia Vuillard? C’è per caso un capocomico che guidi o giudichi i loro destini? Non è chiaro, ma siamo forse più dalle parti de Gli indifferenti che da quelle dei Sei personaggi in cerca d’autore: tale colta citazione per dire che l’autore c’è e si vede ma il lavoro di Desplechin si manifesta a livello strutturale, senza avere un vero controcanto interno giudicante o simpatizzante coi suoi personaggi. Perciò il film è sembrato a molti critici fin troppo freddo e costruito pur nella sua evidente esuberanza.
É soprattutto la prima parte della pellicola a presentare i protagonisti e i loro mali ricorrendo a didascalie, cornici, titoli e a una sovrana ironia neutralizzante. L’ironia è lo strumento di neutralizzazione cui fa ricorso la maggior parte dei personaggi stessi per sopravvivere alle tare fisiche e psicologiche attribuitegli dall’alto. La famiglia è qui ritratta come il palcoscenico ideale per la messa in scena degli ego esasperati di ogni personaggio. In molti casi, inoltre, ai diversi punti di vista prevalenti in ciascuna scena sembra corrispondere un diverso linguaggio. Il che fa sì che nel corso delle due ore e mezza del film lo spettatore ritrova sul grande schermo il repertorio lessicale di una buona parte della storia del cinema, dalle ombre di marionette, ai flou e agli “occhi di bue” riscoperti dalla Nouvelle Vague, dall’accelerazione del montaggio, ai videoclip, dalle soggettive agli sguardi in camera, e così via.
Nella seconda parte del film, interamente ambientata nella casa avita di Roubaix, cambia anche il suo stile complessivo, mano a mano che l’emotività di molti personaggi sembra prendere il sopravvento, ma la metafora teatrale torna qua e là in modo anche fin troppo esplicito, come nel finale in cui la Vuillard autrice teatrale recita: “Se le ombre che noi siamo, vi hanno offeso, perdonateci. Immaginate di aver sognato” (citazione Shakespeariana da Sogno di una notte di mezza estate di che nel film compare anche nella meravigliosa trasposizione cinematografica del 1935 di William Dieterle e Max Reinhardt). E a nome suo e dell’autore assolve così tutti i personaggi e il loro infinito sviscerarsi, preannunciando nuovi probabili avventure famigliari che solo una condanna senza appello avrebbe potuto superare.
In sintesi, in Racconto di Natale c’è tutto, e quindi anche, quasi, il contrario di tutto: dalla favola alla letteratura al teatro al cinema alla psicanalisi alla statistica alla medicina. Quello che sembra mancare è piuttosto l’altra faccia del mondo, il diverso, l’altro, l’autentico, solo parzialmente incarnato dall’ebrea interpretata da Emmanuelle Devos: questo personaggio ha un ruolo piuttosto marginale perché a Desplechin, almeno in questo film e in modo mimetico rispetto ai suoi protagonisti, non sembra interessare davvero un’uscita dal guscio. Il suo scopo era quello di mettere insieme una summa delle dinamiche tragicomiche della famiglia borghese. Tenendo in gran conto chissà quanti casi autobiografici: dalla nativa Roubaix, alla sorella scrittrice (l’autore ne ha due oltre a un fratello attore), ai numerosi rimandi a suoi film precedenti, all’occhio documentaristico che attiva attraverso una serratura o faccia a faccia l’inesausta messa in scena di tante possibili marionette del sé. E bisogna tenere conto del fatto che ci deve avere messo del suo anche l’amico di una vita e co-sceneggiatore Emmanuel Bourdieu, figlio niente di meno che del sociologo Pierre.
Note sul cast
Fin dai suoi esordi Desplechin ha il merito indiscutibile di saper scegliere i suoi attori: il regista ha di fatto lanciato Mathieu Almaric facendogli interpretare il ruolo di Paul Dédalus (in Racconto di Natale è il giovane Emile Berling) in Comment je me suis disputé… (ma vie sexuelle) che gli valse un César nel 1996, e poi quello di Ismaël Vuillard (in Racconto di Natale il suo personaggio si chiama Henri), premiato da un altro César, ne I re e la regina (2004) anch’esso dedicato alla morte ma con toni ed equilibri formali molto più trattenuti e sobri. In entrambi questi film l’attore recita accanto a Emmanuelle Devos, anch’essa una scoperta del regista. Se non avete presente il soggetto stiamo parlando del cattivo di un altro, grosso, film attualmente in sala come Quantum Of Solace, e che si è rivelato a molti con Lo scafandro e la farfalla (2007).
Al di là di questa menzione, l’intero cast del film di Desplechin è superlativo e comprende il meglio di diverse generazioni del panorama attoriale transalpino: da Emile Berling a Melvil Poupaud ad Anne Consigny a Hippolyte Girardot a Jean-Paul Roussillon. Poi ci sono Chiara Mastorianni e la sua vera madre, l’ultima diva, Catherine Deneuve, che nel film interpretano rispettivamente una nuora e una suocera che si sopportano molto poco: aiutata dal fatto che rappresenta il motore dell’intreccio, come non le capitava dai tempi di alcuni film degli anni ’90 di André Téchiné, Deneuve riesce a imporsi anche su di un cast così importante, è si è conquistata un meritato Premio Speciale all’ultima edizione del Festival di Cannes.
p.s.
Tanto per aver presente tutta un’altra famiglia importante del cinema francese, il vero marito di Chiara Mastroianni, e genero della Deneuve è Benjamin Biolay, musicista e interprete del padre della giovane Stella nell’omonimo film uscito anch’esso ieri.
Titolo originale: Un conte de Noël
Regia: Arnaud Desplechin
Sceneggiatura: Arnaud Desplechin, Emmanuel Bourdieu
Interpreti: Catherine Deneuve, Jean-Paul Roussillon, Mathieu Amalric, Melvil Poupaud, Chiara Mastroianni, Anne Consigny, Emmanuelle Devos, Hippolyte Girardot, Emile Berling, Clément Obled
Nazionalità ed anno: Francia, 2008
Durata: 150’
Fotografia: Eric Gautier
Montaggio: Laurence Briaud
Musiche: Grégoire Hetzel
Produzione: Why Not Productions
Distribuzione: BIM
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