
Kim torna a casa, dopo un periodo di riabilitazione, in occasione del matrimonio della sorella. Durante il week end precedente alla nozze, in una casa piena di gente, la ragazza si trova ad affrontare crisi e conflitti con il resto della famiglia.
Recensione
I matrimoni, così come i funerali, sono sempre ghiotte occasioni per i registi che amano raccontare storie di famiglia e di conflitti. Anche Rachel Getting Married parte da qui, dall’occasione di riunire insieme un gruppo di persone per farle incontrare e scontrare nel corso di un lungo week end pre-matrimoniale. Jonathan Demme sceglie la camera a mano per dare l’idea, come ha dichiarato, di “realizzare un filmino casalingo”, ci porta quindi dentro questa casa, dentro questa famiglia come se fossimo degli invitati, per offrire al nostro sguardo la possibilità di conoscere i nostri ospiti, mangiare e bere con loro, divertirci e soffrire. Kim, dopo la riabilitazione, torna dai suoi ancora segnata dal dolore, ansiosa di riappropriarsi di un amore che sente le sia stato sottratto e istericamente alla ricerca di attenzione. Per tutto il tempo provoca, stuzzica, irrita… Funge da guastatore per spezzare l’incanto dell’atmosfera di nozze, aggredisce ed è aggredita. La camera di Demme fruga nelle stanze, si siede a tavola, cattura i volti di tutti e ne coglie l’espressione di speranza e di disperazione, tuttavia resta alla superficie di quella solitudine interiore che pare affliggere, in un modo o nell’altro, tutti i protagonisti.
Veronica è una bellissima donna trascurata dal marito il quale è sempre in viaggio di lavoro. Dopo essersi entrambi sottoposti ad un test della fertilità, la donna rimane incinta. Il giorno stesso il marito riceve i risultati del test che lo dichiarano sterile: di chi sarà il figlio?
Recensione
Dopo sette anni di pausa passati lontano dalla macchina da presa e più vicino al teatro, Pappi Corsicato torna in sala con un lavoro ispirato a La marchesa von O di Heirich Von Kleist e alla sua versione cinematografica firmata da Eric Rohmer. Per reggere i fili fragili di una storia già un po’ usurata Il seme della discordia si avvale di un ampio cast capitanato dalla bond girl Caterina Murino la cui bellezza è degna di encomio ma che poco si presta allo stile dei dialoghi per altro non eccellenti. Alessandro Gassman recita al suo fianco nella parte del marito sterile che vende fertilizzanti da giardino, Isabella Ferrari è l’amica del cuore, Valeria Fabrizi è la madre e Michele Venitucci un poliziotto zelante con cui la protagonista tesse un’amicizia.

Randy Robinson, detto l’Ariete, è stato un campione di Wrestling negli anni 80 ma ora, ormai invecchiato, sbarca il lunario con incontri nei circoli ricreativi. Dopo un infarto, inizia a riflettere sulla sua vita, cerca di recuperare il rapporto con la figlia e tenta una relazione con una spogliarellista non più giovanissima.
Recensione
Un fisico istoriato dalla vita e dalle lotte, un cuore che non batte più al ritmo di una volta, una vita spesa sul ring per combattere e vincere… Chi meglio di Mickey Rourke poteva dar vita al personaggio dell’Ariete? The Wrestler è lui, colonna portante di un film che traccia la parabola di un’esistenza ormai alle corde, sebbene non ancora pronta ad uscire di scena, a gettare quella spugna che ne decreta la fine. Darren Aronofsky, dopo il deliro new-age di The Fountain passato alla Mostra di Venezia nel 2006, racconta con un realismo, non privo di poesia, la vicenda di un uomo che nel wrestling ha costruito il suo mondo, sacrificandogli tutto ad iniziare dai sentimenti.
Ossorio arriva con il treno notturno alla stazione ferroviaria di Santa Maria. Ricerca la donna amata ma scopre che la città è completamente diversa. Una milizia armata terrorizza il paese e, in una notte fatale, ciascuno tenta di salvarsi la vita.
Recensione
Una città fantasma, un treno che arriva nella notte, un uomo che ritorna in un paese devastato da una guerra incomprensibile. Dal romanzo Para esta noche di Jian Carlos Onetti e avvolto nelle tenebre, inizia il delirio di Schroeter che racconta – o almeno così crede – dodici ore nella vita di un uomo che non riconosce più la sua patria e i suoi affetti. Un baraccone di trite simbologie che (non) si regge su fragilissime fondamenta narrative, campato in un vuoto assoluto.
Camus, Orwell, Kafka (evidentemente mal letti e ancor peggio digeriti) si impastano in una sceneggiatura che manca di forza e di spessore ma, soprattutto, di idee.

Amberber è un intellettuale africano che, dopo tanti anni, nel 1990 torna al suo villaggio in Etiopia. Il suo paese è in tumulto e il suo sogno di migliorare il destino del suo popolo sembra infrangersi contro il muro del regime che ne impedisce le occasioni di miglioramento. Tra presente e passato Amberber compie un viaggio dentro se stesso e nella storia.
Recensione
Ritornare a casa. Riappropriarsi dei colori, degli odori, delle atmosfere dentro le quali affondano le proprie radici. In una parola: ritrovarsi.
Il viaggio di Anberber inizia da qui, proprio al termine di quello che, anni prima, lo aveva portato lontano dalla sua terra per farne un uomo nuovo, diverso, ed ora, quasi straniero in patria.
Nel suo villaggio d’infanzia l’uomo sembra infatti vagare alla ricerca di qualcosa di misterioso, quasi posseduto da uno spirito inquieto che turba le sue notti, annebbia la sua mente e frammenta, nella sua memoria, brandelli di un passato le cui cicatrici gli sono dentro e addosso come quella rigida protesi che sostituisce la sua gamba.
Teza è un film complesso e denso. Poetico e violento al tempo stesso, antropologico e politico, suggestivo e realistico; un canto d’amore per l’Etiopia ma anche una riflessione profonda sulla Storia.
Con Il papà di Giovanna, Pupi Avati torna a raccontare una storia drammatica in cui, in un passato non troppo distante, la mancanza di avvenenza di una ragazza come tante altre sfocia in una tragedia personale dai risvolti psicologici imprevedibili. “So che può sembrare assurdo, ma mentre scrivevo questa storia mi sono commosso a pensare a questi personaggi.” Dice Pupi Avati, “Anche se li avevo inventati io, il loro dramma personale era qualcosa che mi coinvolgeva profondamente dal punto di vista emotivo. Questa storia ha un ‘cuore grande’.”
Interpretato da Silvio Orlando, Alba Rohrwacher, Francesca Neri, Ezio Greggio e Serena Grandi il film segna anche il ritorno di Avati in concorso a Venezia.