Rino e Cristiano Zena, padre e figlio, vivono in una desolata provincia del nord Italia. Rino è disoccupato e mantiene se stesso e suo figlio come può. Il ragazzo frequenta le scuole medie ed è molto legato al padre che lo sta educando secondo violenti principi razzisti, maschilisti e nazionalsocialisti, ma che lo ama più della sua stessa vita. Il loro unico amico si chiama Quattro Formaggi, un disadattato che gira per le discariche a raccogliere materiali di recupero per finire un suo strano presepio. Quattro Formaggi si mette in guai seri per aver violentato e ucciso Fabiana, una compagna di scuola di Cristiano, e cerca aiuto da Rino che però non accetta di coprire il suo crimine. Durante la violenta discussione che i due hanno sul luogo del delitto, Rino viene colpito da un ictus ed è ricoverato in ospedale, in stato di coma, mentre “Quattro formaggi” fugge via. Cristiano è convinto che sia stato suo padre ad uccidere Fabiana ma, secondo i principi da lui appresi, decide di proteggerlo occultando il corpo della ragazza.
Recensione
Se da un lato Salvatores, al suo secondo appuntamento con la scrittura di Ammaniti dopo Io non ho paura, riduce la complessa mole del romanzo, semplificandone alcuni passaggi e circoscrivendo la narrazione ai tre protagonisti, dall’altro introduce un personaggio nuovo che finisce per influire sull’impostazione complessiva del racconto. Trasportando la vicenda dalle desolate pianure venete alla livida cupezza dell’Alto Friuli, Salvatores imprime un carattere animalesco al tutto, quasi ferino nel rapporto tra padre e figlio, e “gli altri”. Sono le distese di ghiaia di un grigio abbacinante dei magredi, i fumi perenni della Fantoni di Osoppo, il corso misterioso e a tratti invisibile del Tagliamento, le rocce grige ed aspre della Carnia che incombono sullo sfondo come un rimorso ostinato: è questo paesaggio alieno, di una solitudine quasi lunare che rende ancora più stretto e disperato il rapporto tra padre e figlio, una belva nutrita a frustrazione, alcol ed ignoranza, ed il suo cucciolo, il suo amore, la sua unica ragione di vita.
Inutile minimizzare con indeterminatezze di sorta: quello del lavoro è IL problema dell’Italia, quello che piega e piaga il nostro Paese in maniera sempre più preoccupante. Che il cinema debba fare i conti con tutto questo è fuori da ogni dubbio, dal momento che per sua stessa costituzione la settima arte è già lavoro, più o meno creativo, più o meno valido, più o meno riconosciuto come tale. Cinema e/è lavoro è appunto il titolo della manifestazione cinefila umbra che in questi giorni e fino al 18 ottobre porta a Terni proiezioni, dibattiti e iniziative varie, utili a riflettere sulla tematica portante di questa sesta edizione: “lavorare è vivere”.
Una panoramica d’approfondimento sul mondo del lavoro a 360 gradi, dalle morti bianche agli operai italiani e cinesi, dall’immigrazione al precariato dilagante dei giovani, fino ai dubbi relativi alla carriera o alle bizzare avventure di set.
Se fra i vari film spiccano una ventina di documentari, tra gli ospiti presenti i nomi di Gabriele Salvatores e Margherita Buy assicurano almeno sulla carta un confronto con il pubblico degno di nota.
Un viaggio in diciassette paesi del mondo per ridare speranza ai bambini più sfortunati. È il progetto Inter Campus che compie undici anni. In occasione del centenario dell’Inter è stato proiettato a Locarno il documentario Petites Historias Das Crianças di Guido Lazzarini, Fabio Scamoni e Gabriele Salvatores. Dal Brasile al Camerun, da Sarajevo all’Iran, alla Cina. “Piccole storie quotidiane segnate da un passato e un presente differenti, ad accomunarle un solo aspetto: la speranza – afferma Scamoni -. Fino a dieci anni d’età è forte, poi la consapevolezza di non lasciarsi alle spalle un destino quasi segnato è più viva”.
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