Ci sono quasi voluti vent’anni per dare vita ad un quarto capitolo delle avventure cinematografiche di Indiana Jones. Un film molto atteso dopo il successo di Indiana Jones e l’ultima crociata, che ha riunito ancora una volta la coppia d’oro del cinema americano Steven Spielberg - George Lucas. Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo vede tornare nel cast Karen Allen insieme a Harrison Ford, Shia LeBouf, Cate Blanchett, John Hurt e Ray Winstone ed è stato presentato in anteprima mondiale al Festival di Cannes.
Cosa vi ha spinto, di nuovo, verso Indiana Jones?
Il fatto che per anni, io, George Lucas e Harrison Ford ci siamo sentiti rivolgere sempre la stessa domanda. “Quando ci sarà un altro film?” Personalmente gli unici film della mia carriera di cui mi viene chiesto un seguito sono stati Indiana Jones e E.T. Nessuno mi ha mai domandato un sequel di A.I., 1941 o Hook… nessuno!

Quarta avventura di Indiana, questa volta finito in mezzo alle leggende maya, e contro spietati russi staliniani che in piena guerra fredda si vogliono impossessare dei segreti americani sulle bombe e gli extra-terrestri. Indy, durante un congedo dall’università, perché ritenuto personaggio a rischio, viene coinvolto nell’avventure sudamericane da un giovane che si atteggia alla Brando, e che invita Indy a seguirlo per salvare un noto professore, finito nelle mani del nemico. Decifrate le solite mappe scritte in lingue che conosce solo lui, Indy si mette nelle tracce di esploratori spagnoli finiti 400 anni in Perù, nella regione di Nazca (quella dove appaiono i disegni giganteschi, che si vedono dagli aerei) e scopre che di mezzo c’è la leggenda dei 13 teschi di cristallo. Da qui una serie di peripezie, fino a un finale piuttosto scontato e rivisto ormai molte volte.
In pieno periodo di revival dal vivo (tutte le band degli anni 70-80 si riuniscono, e quelle degli anni 60, come i Rolling Stones continuano, come mummie arzillissime, a scatenarsi sul palco), non poteva mancare all’appuntamento il grande cinema. L’idea del serial stirato sulle lunghe distanze dei 20-25 anni, in cui il personaggio invecchia con l’attore, probabilmente è di Truffaut nella saga di Antoine Doinel: Stallone ne dà una versione tutta sua, difficile e pericolosa per i personaggi diventati famosi grazie al loro vigore atletico, ma che funziona. Infatti l’ultimo Rocky, è un tranquillo gestore di ristorante che ritorna sul ring, ormai saggio e non competitivo, non vuople strafare, ma chiudere con il passato, nel quale era tutto teso a dimostrare di essere il più bravo (con l’ultimo Rambo, l’operazione gli riesce meno, forse perché troppo intrisa di ideologia didascalica, e ora lo stallone italiano sembra non riuscire più a fermarsi, cercando di riproporre Cliffhanger, o addirittura una sorta di Rocky vs. Rambo, nella migliore tradizione del pot-pourri fanta, stile i varia Aliens vs Predator ).
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