Achille e la Tartaruga, il cui titolo prende spunto dalle cosiddette aporie del movimento della filosofia greca, rappresenta il capitolo conclusivo della cosiddetta ‘trilogia sull’artista’ di Takeshi Kitano “Il paradigma apparentemente inverosimile da cui prende lo spunto questo film secondo cui Achille non potrà mai raggiungere la tartaruga mi sembrava di facile applicazione al mondo dell’arte dove la vita di un pittore è generalmente piena di paradossi.” Spiega lo sceneggiatore e regista giapponese “Mi sembrava perfetto per concludere questa trilogia nonostante, inizialmente, mi aspettavo che ne sarebbe venuto fuori un film felliniano. In realtà il risultato finale è stato qualcosa di completamente diverso sul conflitto tra la creatività e il successo commerciale.” La citazione derivata dalla filosofia greca antica da parte di Kitano, serve allo sceneggiatore, regista e attore nipponico per raccontare la storia di un ragazzo che nato in una famiglia ricchissima, perde tutto con il suicidio del padre derivato dal fallimento dell’azienda di sua proprietà. La sua passione per l’arte e il disegno, sviluppata grazie all’amore paterno per la pittura e al suo inspiegabile mecenatismo per improbabili pittori consigliati da un mercante d’arte senza scrupoli, diventa progressivamente un’ossessione che il ragazzo si porta dietro dall’orfanotrofio fino all’età adulta in cui degenera in una forma di autismo che lo rende, in pratica, incapace di pensare ad altro.

Machisu, figlio unico di un danaroso collezionista d’arte, cresce con una grande passione per la pittura, che non perde neanche quando si ritrova orfano e spiantato. Ma coltivare tale passione senza ricevere alcuna consacrazione artistica né tanto meno economica diventa sempre più difficile.
Recensione
Anche quest’anno Takeshi Kitano ha presentato a Venezia un nuovo film, e anche con quest’opera il regista giapponese continua a dialogare con se stesso e col suo pubblico sul senso del suo fare cinema, del suo fare pittura, e più in generale di ogni lavoro artistico. In Akires to Kame ci sono infatti due delle principali anime del regista: da un lato, per tutta la prima parte, l’aspirazione a essere un autentico narratore popolare, dall’altra, l’affanno di riuscire a definire la propria cifra stilistica e il proprio ruolo di autore diversamente riconosciuto dal suo pubblico televisivo, cinematografico, occidentale e giapponese.
L’annuncio più significativo l’ha dato il Presidente della Biennale Paolo Baratta: quest’anno durante la 65. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (27 agosto – 6 settembre 2008) si svolgerà una cerimonia simbolica incentrata sulla posa della prima pietra del nuovo Palazzo del Cinema. Sono anni che si aspetta la costruzione di questa struttura (serve come l’acqua per sopravvivere, n.d.r.). Baratta ha detto che sarà pronto per il 2011 ma ha parlato di speranze per il 2010. Dubitiamo, ma speriamo anche noi. Vedremo.
Dunque, anche quest’anno si è consumata la consueta liturgia della conferenza stampa della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. E’ un appuntamento fisso per chi si occupa professionalmente di cinema. Quali saranno i film italiani in concorso? Ci saranno sezioni nuove? Quante opere sono state selezionate? I ristoranti del Lido costeranno un po’ meno o avranno come al solito menù dai costi impossibili?