A conoscerlo adesso, nessuno direbbe che è stato in carcere a sedici anni, dopo un’infanzia trascorsa fra crimini e uso di droghe. Il Mark Wahlberg di oggi è un padre premuroso e un uomo di fede incrollabile, oltre che un attore spesso decisamente valido. Giustiziere d’eccezione in The Departed e poliziotto incorruttibile in I padroni della notte, due fra le sue migliori prove d’attore, diventa insegnante di scienze per E venne il giorno di Night Shyamalan, dove fa i conti con un’inarrestabile epidemia di misteriosi suicidi…
Di recente ha lavorato in film molto diversi fra loro: cosa la spinge ad accettare un ruolo piuttosto che un altro?
La possibilità di crescere come attore, la sfida e la spinta a misurarmi con qualcosa di diverso da me, perché l’ideale per un attore è sempre provare a fare qualcosa di completamente nuovo. Poi mi piace poter sorprendere la gente, che magari non si aspetta che io sia in grado di fare determinate cose. Ad esempio, quando ho iniziato a recitare nessuno si aspettava granché da me, né s’immaginava che sarei arrivato fin qui. Certo, quando mi accorgo di non poter gestire bene un determinato personaggio che non è nelle mie corde lascio stare, ma credo di essere maturato molto negli anni, forse per merito della paternità.
Un giorno qualsiasi a New York. Central Park. Due ragazze siedono su una panchina. Una di loro sta leggendo un libro giallo. Improvvisamente non si ricorda a quale punto della lettura fosse arrivata. Le due conversano un po’, poi la lettrice riprende con il romanzo. Ma subito dopo si arresta di nuovo: si è dimenticata cosa stava leggendo. Nel frattempo, la gente che passeggia, gioca o corre nel parco si blocca, e inizia a camminare all’indietro. Poi la ragazza che stava leggendo si sfila l’asse dei fermacapelli, e, come un punteruolo affilato, se lo ficca con forza nella gola. Attorno, ognuno cerca il modo più veloce e a portata di mano per suicidarsi. L’epidemia inizia a dilagare su tutta la costa Est degli States…
Recensione
Settimo film di Shyamalan che, dopo esordi anonimi e fallimentari nella commedia autobiografica, inizia, con Il Sesto Senso (1999) una fortunata carriera fondata su una personalizzazione autoriale del thriller psicologico rarefatto e inquietante. Il percorso dell’indiano cresciuto a Philadelphia, è quello dell’investigazione dei mondi soprannaturali e della ricerca di una logica del destino, a volte in una dimensione privata (come era nel film d’esordio) e altre (come in quasi tutti i successivi) in una sociale. Ma Shyamalan, da intellettuale attento e sperimentatore, fa di più: per dar vita al suo modello filmico, attinge e rielabora generi e sotto-generi del cinema horror, fantastico e fantascientifico, spesso a partire dai B-movie.