Ci risiamo: dopo due anni di tranquillità e di eccezionale rilancio di pubblico il Torino Film Festival si ritrova a dover ricominciare “da capo” con un nuovo direttore. La cosa sarebbe (è) normalissima ma non è proprio di normale amministrazione perché dopo diverse settimane di bagarre il balletto della nomina di Nanni Moretti alla guida del festival aveva ingigantito l’attenzione sull’evento, e il suo celebre “mi nota di più se…” attirò allora come negli scorsi giorni i media di tutto il mondo e richiede oggi l’annuncio di un nome ancora più altisonante a sostituirlo. Intanto, a seguito del comunicato diffuso pochi minuti fa dal Museo Nazionale del Cinema è ormai ufficiale che Moretti ha deciso di lasciare il festival, per poter dedicarsi alla realizzazione del suo nuovo film. Personalmente ho assistito alla conferenza stampa finale del 26° Torino Film Festival e mi era sembrato abbastanza chiaro che le parole di Moretti andavano in quella direzione, anche se nessuno ha voluto leggerle così, sperando forse di esorcizzare l’evento o per accentuare il presunto scoop del presunto diniego del regista a proseguire l’avventura.
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Nella notte tra il 5 e il 6 dicembre 2007 un grave incendio investe la linea 5 dello stabilimento ThyssenKrupp di corso Regina Margherita 400, a Torino. Le famiglie, gli amici e i colleghi delle sette vittime raccontano le circostanze drammatiche di quella notte e la loro vita di sopravvissuti.
Recensione
La fabbrica dei tedeschi è il film che è stato scelto insieme a ThyssenKrupp Blues per rendere omaggio nella giornata del 5 settembre alle morti sul lavoro più terribili e più dibattute dell’ultimo anno. A differenza dell’altro documentario, il film di Mimmo Calopresti è stato direttamente ispirato dalla tragedia di Torino, ed è interamente dedicato al racconto della vita delle sette vittime e di quella dei loro familiari, attraverso le cui parole sono ripercorse altrettante vicende umane straziate dall’incidente. Queste voci, nonostante la presenza del regista stesso, sono il cuore del film e il motore del suo svolgimento, come una teoria di drammatici monologhi.