Ember è una città che vive al buio da oltre 250 anni, illuminata solo da luci artificiali. A poco a poco queste ultime iniziano ad affievolirsi per oscuri motivi, allora due bambini, aiutati da un’antica pergamena, intraprendono un’avventura per salvare Ember.
Recensione
Oltre Ember non c’è nient’altro che Ember. Questo si ripetono gli abitanti di una città sotterranea, una colorata comunità di persone (bambini, soprattutto) da un quarto di millennio al buio. Non è un caso che, di questi tempi, dopo La zona, miglior film d’esordio dell’anno secondo chi scrive, il cinema torni a parlare, benché con toni diversi (lì scelta filo-documentaristica, qui evasione fiabesca), di persone che si (rin)chiudono in una città da cui è illegale uscire. E quando lo si fa, magari dopo mille peripezie si giunge finalmente nel nuovo mondo (riecco il tòpos del viaggio che porta alla terra promessa, di recente esplorato anche dal capolavoro Pixar Wall-e), in una metafora religiosa-filosofica non troppo velata (automatico il richiamo al mito della caverna platonica, dal buio alla luce). Nei sotterranei di Ember vive una società attenta al bene comune – questa la facciata dorata dietro cui si celano interessi privati e personali, il potere opulento che si ciba letteralmente dell’onestà dei suoi cittadini. Ad incarnarlo, un divertente Bill Murray, svogliato e sottotono, ma coerente nel ruolo di pigro sindaco istrionico e crapulone, che si fa ricco sulle spalle di chi lavora.
Film a episodi. In Milano Beach, i tre protagonisti preparano meticolosamente la partenza intelligente per le vacanze ma finiscono per passare l’estate dentro lo stadio di San Siro. In Autobus del peccato un prete di una parrocchia milanese, il suo cappellano e uno stralunato fedele trovano per caso una valigia piena di soldi e ne approfittano per realizzare i propri sogni. In Falsi prigionieri alcuni quadri “falsi d’autore” prendono vita e discutono tra loro. In Temperatura basale una coppia tenta faticosamente di avere il primo figlio. Fa da filo conduttore la storia di Tsu- Nam, asceta orientale cieco e manesco, e i suoi due allievi Pin e Puk.
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E’ natale, tempo di banalità. Permettetecene una: al cinema, come nella vita, l’attesa determina il giudizio e la soddisfazione. Non sappiamo con quale aspettativa il pubblico italiano si avvicini a Il cosmo sul comò, settimo lungometraggio in undici anni (se si considera anche Anplagghed al cinema), del trio Aldo, Giovanni e Giacomo. Ennesimo cinepanettone? Gioiello di una delle formazioni comiche più geniali degli ultimi anni? Forse conviene non aspettarsi troppo. I tre hanno goduto per anni, anche meritatamente, di un apprezzamento bi-partisan e aprioristico da parte del pubblico italiano, anche se da qualche tempo si ravvisano i segni evidenti di una certa ripetitività comica. Aldo, Giovanni e Giacomo sono ormai da anni prigionieri dei loro stessi personaggi e clichés. Non è quindi un caso che sia forse l’ultimo dei tre, da sempre il più “sotto le righe”, a convincere di più come attore. Il cosmo sul comò è un film leggerissimo, garbato e “milanesissimo”, dove infatti i romani sono ridotti a caricatura (vedi la poliziotta che ferma Giacomo), un po’ come i milanesi nei film prodotti a Roma.
Una vita di scandali e di eccessi, un matrimonio infelice, l’impegno politico… Lady Georgiana Spencer, Duchessa di Devonshire, fu una donna molto potente dell’aristocrazia britannica divenendo un’icona dell’anticonformismo.
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Bella, colta, anticonformista e politicamente impegnata, Lady Georgiana Spencer (antenata di Lady Diana), Duchessa di Devonshire, fu una delle donne più carismatiche ed influenti del Settecento ma, oltre lo sfarzo dei salotti, la sua vita affettiva fu tutt’altro che invidiabile. Costretta ad un matrimonio senza amore, obbligata a vivere sotto lo stesso tetto con il consorte e la sua amante, destinata ad un amore clandestino con Charles Grey e tacciata, già da giovane sposa, di non essere in grado di generarare un erede maschio, l’affascinante dama visse un’esistenza davvero romanzesca e Saul Dibb ne fa, in questo film, un’eroina romantica seguendo tutti i clichè del genere.
Manu è un pediatra quarantenne di Parigi. È gay e conduce una vita equilibrata e serena con Philippe, suo compagno da molti anni. I due hanno solo un problema: Manu vuole a tutti i costi un figlio, mentre Philippe non intende impegnarsi in un progetto esistenziale del genere. I due si separeranno, così Manu cercherà di trovare una soluzione che verrà trovata quando sulla sua strada si imbatterà Fina, una ragazza argentina che ha bisogno di sposare un francese per ottenere la cittadinanza. Tra Manu e Fina si stabilirà un patto: i due si sposeranno ma Fina dovrà dare un figlio a Manu. Dopo il matrimonio e il parto: divorzio.
L’accordo sembra molto preciso, ma alla fine le cose non andranno per il verso giusto.
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Scrivere e girare una commedia elegante, acuta e leggera non è impresa facile. Anzi, forse è possibile sostenere come sia una delle operazioni creative più difficili e pericolose in ambito cinematografico. I francesi sono maestri in questo tipo di iniziativa, semplicemente per il fatto che non hanno dimenticato il valore immenso del cinema industriale medio, realizzato in modo seriamente professionale, curato nei minimi dettagli e interpretato da attori di sostanza. Ogni stagione distributiva è così contraddistinta dalla presenza nel circuito italiano di film transalpini che fanno pensare ma che fanno anche divertire (molto), che trattano argomenti molto pesanti in modo soave, e che affrontano tematiche apparentemente complesse con una grazia straordinaria. È questo il caso di Baby Love, lungometraggio (parecchio natalizio) di Vincent Garenq che cerca di raccontare con assoluta delicatezza un sentimento di paternità, in un uomo gay di quaranta anni.
I genitori di Bruno lo costringono a lasciare la grande casa di Berlino, la compagnia degli amichetti e gli amati nonni per trasferirsi in una località isolata, in cui il bambino si annoia terribilmente. Unica distrazione la vicina ma misteriosa “fattoria” dove sembra che tutti indossino un pigiama e dove Bruno, di nascosto, riesce a incontrare un suo coetaneo, Shmuel, rinchiuso dall’altra parte del filo spinato.
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Dal romanzo per ragazzi dell’irlandese John Boyne (pubblicato in Italia da Fabbri nel 2006 e quest’anno da Rizzoli) l’inglese Mark Herman ha sceneggiato, prodotto e diretto una pellicola che la Miramax/Disney ha pensato fosse bene distribuire in tutto il mondo a cavallo delle feste natalizie, periodo notoriamente propizio all’ingresso nei cinema di famiglie e ragazzi, ai quali il film è direttamente destinato. Con le sole eccezioni del prologo e dell’epilogo Il bambino con il pigiama a righe è infatti raccontato per intero dal punto di vista di Bruno, 8 anni, figlio di un gerarca nazista, ma del tutto inconsapevole della tragedia che si sta compiendo a due passi dalla sua nuova casa.
Adrienne, una donna che sta cercando di rifarsi una vita dopo la separazione, ha appena saputo che il marito vuole tornare a casa. Combattuta fra sentimenti contrastanti, decide di pensarci sopra e accogliendo l’invito di una vecchia amica parte per trascorrere il weekend in un pittoresco albergo di Rodanthe, un lembo di terra del North Carolina. Qui arriva anche Paul, un medico che ha sacrificato tutta la sua vita al lavoro e che, dopo un tragico incidente in sala operatoria, si trova ad affontare una crisi di coscienza. Due estranei sotto lo stesso tetto ma, complice un uragano inaspettato, saranno travolti da una inevitabile passione che cambierà le loro vite per sempre.
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Preparate i fazzoletti, nella sfida natalizia del 2008 c’è posto anche per Come un uragano, ennesimo adattamento di un romanzo di Nicholas Sparks, oltre cinquanta milioni di libri venduti in tutto il mondo e un esercito di appassionate lettrici sparse in ogni continente. Un vero marchio di fabbrica, insomma, un guru di storie strappalacrime che ha ceduto all’industria hollywoodiana alcuni dei suoi titoli di maggior successo, da Le parole che non ti ho detto a Le pagine della mia vita, non sempre peraltro premiati al box office. Al di là del successo commerciale, in ogni caso, resta il fatto che il valore letterario dei suoi romanzi sia tutt’altro che eccelso ed è proprio questo il limite maggiore con cui si sono dovuti scontrare gli sceneggiatori di Come un uragano, Ann Peacock (Le cronache di Narnia) e John Romano, autore e produttore di numerosi serial Tv.
L’alieno Klaatu (Keanu Reeves) è inviato sulla Terra insieme al gigantesco robot Gort con il compito di salvare il pianeta, minacciato dall’incoscienza dei suoi abitanti. Se necessario, eliminerà tutti i terrestri. Quando il governo americano gli impedisce di parlare alle Nazioni Unite, decide di portare a termine il suo compito. Ma forse la scienzata Helen Benson (Jennifer Connelly) e il suo figlio adottivo riusciranno a fargli cambiare idea.
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Come accade nei periodi politicamente più difficili degli Stati Uniti, è spesso alla fantascienza che viene delegato il compito di trattare gli argomenti più scottanti. E’ stato così negli anni’80, il decennio più apolitico della storia recente di Hollywood, quando forse solo John Carpenter, in film come Essi Vivono, osava criticare il reaganismo imperante. Lo stesso accadeva negli anni’50 quando, per evitare le conseguenze del Maccartismo e i tabù della Guerra Fredda, produttori e registi utilizzavano il genere fantastico per realizzare film di critica politica. Così è nata la versione originale di Ultimatum alla terra di Robert Wise, celebre film del 1951 che alludeva al clima di sospetto e caccia alle streghe dell’America di quegli anni.
Rino e Cristiano Zena, padre e figlio, vivono in una desolata provincia del nord Italia. Rino è disoccupato e mantiene se stesso e suo figlio come può. Il ragazzo frequenta le scuole medie ed è molto legato al padre che lo sta educando secondo violenti principi razzisti, maschilisti e nazionalsocialisti, ma che lo ama più della sua stessa vita. Il loro unico amico si chiama Quattro Formaggi, un disadattato che gira per le discariche a raccogliere materiali di recupero per finire un suo strano presepio. Quattro Formaggi si mette in guai seri per aver violentato e ucciso Fabiana, una compagna di scuola di Cristiano, e cerca aiuto da Rino che però non accetta di coprire il suo crimine. Durante la violenta discussione che i due hanno sul luogo del delitto, Rino viene colpito da un ictus ed è ricoverato in ospedale, in stato di coma, mentre “Quattro formaggi” fugge via. Cristiano è convinto che sia stato suo padre ad uccidere Fabiana ma, secondo i principi da lui appresi, decide di proteggerlo occultando il corpo della ragazza.
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Se da un lato Salvatores, al suo secondo appuntamento con la scrittura di Ammaniti dopo Io non ho paura, riduce la complessa mole del romanzo, semplificandone alcuni passaggi e circoscrivendo la narrazione ai tre protagonisti, dall’altro introduce un personaggio nuovo che finisce per influire sull’impostazione complessiva del racconto. Trasportando la vicenda dalle desolate pianure venete alla livida cupezza dell’Alto Friuli, Salvatores imprime un carattere animalesco al tutto, quasi ferino nel rapporto tra padre e figlio, e “gli altri”. Sono le distese di ghiaia di un grigio abbacinante dei magredi, i fumi perenni della Fantoni di Osoppo, il corso misterioso e a tratti invisibile del Tagliamento, le rocce grige ed aspre della Carnia che incombono sullo sfondo come un rimorso ostinato: è questo paesaggio alieno, di una solitudine quasi lunare che rende ancora più stretto e disperato il rapporto tra padre e figlio, una belva nutrita a frustrazione, alcol ed ignoranza, ed il suo cucciolo, il suo amore, la sua unica ragione di vita.
Salma è una vedova palestinese che accudisce con grande attenzione il suo bellissimo giardino di limoni ereditato dal padre. Un giorno viene ad abitare proprio accanto alla sua proprietà il Ministro della Difesa di Israele. Il suo giardino viene considerato un pericolo dai servizi segreti israeliani e così si decide di sradicare tutti gli alberi. Ovviamente Salma si opporrà con tutte le sue forze andando addirittura fino alla Corte Suprema di Israele. A sostenerla, solo un giovane avvocato palestinese e a distanza anche, incredibilmente, la moglie del Ministro.
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Esiste una cinematografia nazionale in grado di parlare senza censure di questioni che potrebbero riguardare addirittura gli interessi interi di un paese? Senza scomodare gli USA, il cui apparato produttivo-industriale è una potenza economica che nessuno può fermare, dobbiamo dare una risposta molto precisa: Israele. Se si esamina la produzione cinematografica di questo piccolo Stato, sempre in guerra, ci si può accorgere, a cominciare da Amos Gitai, di quanti registi siano costantemente concentrati sull’elaborazione di una critica reale e ben circostanziata nei riguardi dell’operato dei vari governi che si succedono a Gerusalemme. Un altro di questi autori è senza dubbio Eran Riklis, già regista de La sposa siriana. Riklis è regista anche de Il giardino dei limoni, lungometraggio che alla scorsa edizione del Festival di Berlino si aggiudicò il premio del pubblico. Ebbene, Il giardino dei limoni è un film che stigmatizza chiaramente la mentalità degli apparati di sicurezza israeliani, i quali si spingono a volte lì, dove non sarebbe per niente necessario. Se pensiamo che l’opera di Riklis è co-prodotta dall’Israel Film Fund, ente pubblico destinato al finanziamento del cinema israeliano, possiamo renderci conto del grado alto di democrazia che esiste in Israele.
Il leone Alex, la zebra Marty, la giraffa Melman e l’ippopotamo Gloria vogliono a tutti i costi lasciare il Madagascar e fare ritorno nel loro tranquillo zoo newyorkese. Con l’aiuto della funambolica squadra di pinguini che ha contribuito a farli precipitare sull’isola, i quattro riescono a levarsi in volo con al seguito anche il re dei lemuri Julien, desideroso di nuove conquiste territoriali.
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Sarà che l’anteprima italiana di Madagascar 2 (ospitata in una sala gremita di bimbi dal Sottodiciotto Film Festival) si era aperta con uno show dal vivo del ballerino Alex il leone, ma lo sventolio di bandierine, il battere di mani, e l’entusiasmo collettivo del pubblico hanno accompagnato tutti i 90 minuti del film senza un attimo di tregua: ottimo test per misurare il successo di una pellicola che esce a Natale con l’auspicio di riunire al cinema grandi, piccini e famiglie di tutto il pianeta. E testimonianza diretta dell’abilità con cui il cartoon è costruito, sostenuto in gran parte dalla colonna sonora che orchestra numerose e scatenate scene da vero e proprio musical che non fanno certo rimpiangere le mielose melodie dei Disney che furono.