
Kim torna a casa, dopo un periodo di riabilitazione, in occasione del matrimonio della sorella. Durante il week end precedente alla nozze, in una casa piena di gente, la ragazza si trova ad affrontare crisi e conflitti con il resto della famiglia.
Recensione
I matrimoni, così come i funerali, sono sempre ghiotte occasioni per i registi che amano raccontare storie di famiglia e di conflitti. Anche Rachel Getting Married parte da qui, dall’occasione di riunire insieme un gruppo di persone per farle incontrare e scontrare nel corso di un lungo week end pre-matrimoniale. Jonathan Demme sceglie la camera a mano per dare l’idea, come ha dichiarato, di “realizzare un filmino casalingo”, ci porta quindi dentro questa casa, dentro questa famiglia come se fossimo degli invitati, per offrire al nostro sguardo la possibilità di conoscere i nostri ospiti, mangiare e bere con loro, divertirci e soffrire. Kim, dopo la riabilitazione, torna dai suoi ancora segnata dal dolore, ansiosa di riappropriarsi di un amore che sente le sia stato sottratto e istericamente alla ricerca di attenzione. Per tutto il tempo provoca, stuzzica, irrita… Funge da guastatore per spezzare l’incanto dell’atmosfera di nozze, aggredisce ed è aggredita. La camera di Demme fruga nelle stanze, si siede a tavola, cattura i volti di tutti e ne coglie l’espressione di speranza e di disperazione, tuttavia resta alla superficie di quella solitudine interiore che pare affliggere, in un modo o nell’altro, tutti i protagonisti.
Un van che brucia in un deserto roccioso, con due amanti dentro. Una ragazzina che accompagna il padre a spruzzare diserbante dal suo aereo sui campi. Una donna ancora giovane che si concede ogni sera a un uomo diverso, e che nasconde le sue fragilità dirigendo con piglio un ristorante sull’oceano. Che rapporto c’è tra tutti questi personaggi?
Recensione
Autore di tre romanzi, delle sceneggiature dei tre film del connazionale Alejandro Gonzalez Iñarritu e di quella de Le tre sepolture diretto da Tommy Lee Jones, il messicano Guillermo Arriaga esordisce alla regia con questo film che riconferma in pieno la sua cifra stilistica, riappropriandosi in qualche modo del proprio precedente lavoro. Tutti questi titoli portano infatti l’impronta dell’autore, della sua ormai nota tecnica di strutturare il racconto diversi piani temporali.
In The Burning Plain s’incrociano tre paesaggi e tre epoche diverse: secondo Arriaga tale struttura è direttamente ispirata dal modo in cui le storie si svolgono e poi vengono raccontate nella realtà. Ma di sicuro nella sua scrittura c’è una certa influenza del linguaggio e del montaggio cinematografico e, si inizia inevitabilmente a pensare, anche una certa dose di furbizia: dopo le pellicole che ha sceneggiato, premiate da successi di pubblico e critica, lo scrittore è infatti divenuto regista confezionando un film molto ben fatto ma così strutturalmente simile ai precedenti da far rimpiangere gli anni in cui eravamo vergini a questo suo gioco.

Una mattina d’estate. Salvatore arriva alla spiaggia per trascorrere un po’ di tempo da solo. L’incontro con un gruppo di persone, invece, lo costringerà a confrontarsi con se stesso e con il suo passato.
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Girato con un budget bassissimo (circa 1000 euro), Un altro pianeta è arrivato al Lido diventando subito un piccolo “caso” non solo per la cifra minima che è costato ma anche per il tempo limitato (una settimana) in cui si sono svolte le riprese e la “missione”, quasi di volontariato, di tutti gli attori coinvolti. Stefano Tummolini, già sceneggiatore di Ozpetek per Il bagno turco, debutta nella regia del lungometraggio, con un film leggerissimo che affronta, invece, temi di ben altro peso come la difficoltà dei rapporti umani, la malattia e la morte. Nell’arco di una giornata trascorsa al mare, tra le dune di Torvajanica, un gruppo di personaggi – alla ricerca di qualche ora di tranquillità sulla spiaggia – si vedrà costretto dagli eventi a confrontarsi con paure ed angosce.

Storia delle azioni sul campo di un’unità speciale dell’esercito americano, destinata al disinnesco delle bombe utilizzate per attentati terroristici in Iraq. La squadra in questione ne passerà di tutti i colori, rischiando ogni giorno di essere annientata. Un ragazzo del gruppo rimarrà ferito, ma gli altri continueranno il loro sporco e pericolosissimo lavoro.
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Sul press book di The Hurt Locker di Kathryn Bigelow sono riportate le seguenti testuali parole della regista. “La paura si è fatta cattiva fama ma io non credo che sia meritata. La paura è chiarificatrice. Ti obbliga a mettere davanti le cose importanti e tralasciare quelle insignificanti”.
Ebbene, se si collega tale dichiarazione all’argomento centrale del suo film, non possono che sorgere in noi delle perplessità. Si percepisce un certo cinismo, forse anche dell’ ambiguità. Se pensiamo al massacro che è stato fatto di esseri viventi in Iraq, sia americani che iracheni, negli ultimi anni questo discorsetto psicologico decisamente semplicistico fa venire i brividi.
D’altra parte non ci aspettavamo da Kathrin Bigelow un atteggiamento più profondo, visto che si tratta di una cineasta la cui poetica non è mai stata identificabile e il cui obiettivo professionale è di volta in vota quello di realizzare un film che sia ben costruito.
Sul fatto che Bigelow sappia girare non v’è alcun dubbio: tutti i suoi film sono altamente professionali. Sul fatto che abbia qualcosa da dire, invece sorge qualche dubbio. Non abbiamo colto il senso di The Hurt Locker, se non il seguente: ci sono in Iraq dei soldati americani un po’ matti, ma che hanno anche un po’ di umanità, mentre i locali sono solo pericolosissimi terroristi che riempiono cadaveri di bambini di esplosivo.

“La forza di questo film sta soprattutto nella regista e nella sceneggiatura: nessuno di noi tre si è sforzato particolarmente di recitare. Ci siamo trovati in una situazione complessa tra sole, caldo e altre difficoltà e abbiamo fatto tutti quanti del nostro meglio. Ci siamo preparati molto dal punto di vista tecnico e la cosa più importante era stabilire tra noi un rapporto di grande fiducia.” Così l’attore Jeremy Renner racconta la sua esperienza in The Hurt Locker, film in concorso diretto da Kathryn Bigelow che si è abbattuto sul Lido con tutta la sua potenza visiva e la sua forza visionaria. Una pellicola dal solido impianto cinematografico che mette in scena il drammatico e terribile lavoro di una squadra di artificieri dell’esercito degli Stati Uniti nell’Iraq di oggi. “Mentre giravamo pensavamo a film come Full Metal Jacket, Vittime di Guerra e Apocalypse Now!, pellicole dove è il lavoro di squadra dei soldati al centro della macchina da presa.” Aggiunge Brian Geraghty.
Continua a leggere: Uragano Kathryn. Intervista a Jeremy Renner, Anthony Mackie e Brian Geraghty

L’analista del CIA Osborne Cox viene allontanato dall’agenzia per la quale lavora con l’accusa di avere problemi di alcol. L’uomo si arrabbia molto ma non si perde d’animo e decide di scrivere un libro di memorie nel quale rivelerà segreti scottanti. Il problema è che un suo cd, con dati riservati, finisce in maniera rocambolesca nelle mani di due gestori di una palestra: Chad e Linda. I due decidono di ricattare Cox, ma si tratta di persone decisamente sprovvedute.
Dietro il grottesco… una vita tragica
Nel corso degli anni lo stile visuale del cinema dei fratelli Coen si è fatto essenziale, preciso, quasi matematico. Ogni sequenza presenta un equilibrio formale altissimo. Ogni inquadratura è geometricamente perfetta, priva di orpelli, nitida. I movimenti di macchina sottolineano sempre un passaggio narrativo (e in qualche caso emotivo) della vicenda e non si configurano mai come elementi scollegati linguisticamente dal senso profondo del racconto.

Un gruppo di Guaranti-Kaiowà decide di abbandonare la riserva in cui vive in Mato Grosso do Sul (Brasile) per tornare alla terra dove sono sepolti i loro avi. La loro sofferenza è assoluta, tanto che aumentano i casi di suicidio. Il problema è che il luogo di origine della tribù è divenuto ora parte di una sterminata fattoria gestita da un proprietario terriero arido e insensibile. Quest’ultimo tenterà in tutti i modi di cacciare via gli “intrusi” ma non vi riuscirà.
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La figura di Marco Bechis è senza dubbio una delle più interessanti del panorama italiano e internazionale. Ha un fortissimo legame con il Sud America. Sua madre è cilena (mentre il padre è italiano) e la sua vita si è svolta per lunghi anni in Argentina, paese dal quale è stato espulso nel 1978. E’ regista di cinema, documentarista ed è stato fotografo e videomaker. Tali caratteristiche si riconoscono perfettamente nel suo modo di realizzare film. La sua attenzione per il continente sudamericano è sempre viva, il suo sguardo libero, la sua capacità di inquadrare la realtà in modo non convenzionale limpida, la cura fotografica dell’immagine chiara. A ciò si aggiunge il desiderio di comunicare allo spettatore tramite contenuti di assoluto valore, di totale impegno sociale e politico.
Veronica è una bellissima donna trascurata dal marito il quale è sempre in viaggio di lavoro. Dopo essersi entrambi sottoposti ad un test della fertilità, la donna rimane incinta. Il giorno stesso il marito riceve i risultati del test che lo dichiarano sterile: di chi sarà il figlio?
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Dopo sette anni di pausa passati lontano dalla macchina da presa e più vicino al teatro, Pappi Corsicato torna in sala con un lavoro ispirato a La marchesa von O di Heirich Von Kleist e alla sua versione cinematografica firmata da Eric Rohmer. Per reggere i fili fragili di una storia già un po’ usurata Il seme della discordia si avvale di un ampio cast capitanato dalla bond girl Caterina Murino la cui bellezza è degna di encomio ma che poco si presta allo stile dei dialoghi per altro non eccellenti. Alessandro Gassman recita al suo fianco nella parte del marito sterile che vende fertilizzanti da giardino, Isabella Ferrari è l’amica del cuore, Valeria Fabrizi è la madre e Michele Venitucci un poliziotto zelante con cui la protagonista tesse un’amicizia.
Colombo, Sri Lanka. Alcuni amici, giovani che tra un lavoretto e l’altro si arrangiano come possono per mantenere se stessi e le proprie famiglie, provano ripetutamente a farsi concedere un visto per la Germania dove vorrebbero emigrare. Quando uno di loro scopre per caso che in Baviera si svolgerà un torneo di pallamano in cerca di una squadra proveniente dall’Asia, l’occasione sembra poter fare al caso loro. Ma che cos’è questa pallamano?
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Undici anni dopo la fortunatissima produzione di The Full Monty, il cosmopolita nipote di Luchino Visconti che risponde all’altrettanto cinematografico nome di Uberto Pasolini esordisce alla regia e presenta nelle Giornate degli Autori della Mostra di Venezia una sorta di “full monty cingalese”, ispirato a una storia vera, in uscita nelle nostre sale il prossimo 12 settembre. Machan è la versione romanzata ma sostanzialmente fedele di un caso di cronaca che quattro anni fa arrivò anche sulle pagine dei giornali italiani: quello di un’intera, finta, squadra nazionale di pallamano dello Sri Lanka scomparsa nel nulla dall’albergo bavarese dov’era ospitata su invito di un torneo sportivo.
Gianni ha superato la mezza età ma vive ancora nella vecchia casa dell’anziana madre, che accudisce a tempo pieno facendo fronte come meglio riesce alle loro difficoltà economiche. Quando la vigilia di ferragosto il suo amministratore di condominio gli chiede di ospitare anche sua madre in cambio di un appianamento delle sue morosità l’offerta è di quelle che Gianni non può proprio rifiutare. Ma poi…
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Pranzo di ferragosto è l’unica opera prima firmata da un italiano nella Settimana della Critica di Venezia 2008, la sezione che lo scorso anno diede il là al buon successo de La ragazza del lago di Andrea Molaioli. Come Molaioli Gianni di Gregorio è un esordiente alla regia, ma non certo un novellino nel mondo del cinema italiano, i cui set ha a lungo frequentato come scrittore e assistente. E così il suo film al Lido era piuttosto atteso, anche grazie all’interessamento produttivo di Matteo Garrone, per il quale di Gregorio è stato aiuto regista e sceneggiatore, e alla distribuzione già promessa dalla Fandango.